Vincente nato ma anche un carattere fumantino: pro e contro di Conte allo United

LONDRA – È il dilemma che arrovella le menti dei dirigenti del Manchester United. Antonio Conte è davvero l’uomo giusto per i “Red Devils”, dopo il disastro di domenica scorsa all’Old Trafford contro il Liverpool (0-5) e l’allenatore Solskjaer sull’orlo dell’esonero? C’è poco da dire sul curriculum del tecnico salentino. Ha vinto ovunque abbia messo piede (Juve, Inter, Chelsea, Nazionale a parte), mentre lo United non vince un campionato dall’anno 2013 e una Champions dal 2008, entrambi con alla guida Sir Alex Ferguson che ora sbuffa disgustato sulle tribune del “Teatro dei sogni”, anzi degli incubi. Non solo: Conte ha resuscitato squadre alla deriva, come la Juventus dei due settimi posti, un Chelsea arrugginito e un’Inter che non viveva emozioni simili dai tempi del Triplete di Mourinho nel 2010.

Conte e la conoscenza della Premier

Certo, qualora Sir Alex scaricasse definitivamente il suo pupillo Solskjaer, la concorrenza sarebbe tanta: Zinedine Zidane, che ha vinto tre Champions League di fila. O Ten Hag dell’Ajax, che da anni dirige un calcio meraviglioso all’Amsterdam Arena. Ma Conte ha qualcosa che Zidane e l’olandese non hanno: conosce bene la Premier League e ha vinto il campionato più difficile del mondo al primo colpo con i “blues”, oltre a una FA Cup l’anno dopo. Certo, anche Brendan Rodgers del Leicester conosce benissimo la Premier, ha vinto in Scozia e in Inghilterra pure lui FA Cup. Ma, al di là dei paragoni, per liberarsi dalle Foxes servirebbero quasi 20 milioni di euro. Conte, invece, è libero.

Il tecnico italiano 52enne, poi, inietterebbe qualcosa che allo United manca terribilmente: la personalità, soprattutto in difesa e a centrocampo, dove il Manchester è stato burro sciolto contro le sciabolate del Liverpool di Klopp. Certo, con un nuovo schema, di certo il 3-5-2, per una squadra che ha giocato a quattro dietro per tutta la sua leggendaria storia, piccole parentesi a parte (vedi Van Gaal). Ma la rivoluzione avvenne lo stesso al Chelsea, e Antonio vinse comunque “hic et nunc”, lasciando un segno profondissimo. Non a caso, l’attuale allenatore dei blues, Thomas Tuchel, l’anno scorso ha strabiliato e vinto una Champions ricopiando quasi perfettamente moduli, schemi e giocatori utilizzati da Conte qualche anno prima allo Stamford Bridge.

United, una famiglia complessa

Eppure di Conte non tutti sono convinti allo United. Oltre a essere uno dei club più grandi al mondo, il Manchester Utd è anche una famiglia complessa, in cui trovare un equilibrio tra la leggendaria storia, le vecchie vittorie sempre più sfocate, l’ingombrante presenza di un mito assoluto come Sir Alex Ferguson ritornato all’Old Trafford dopo l’ictus, una dirigenza americana che si era promessa alla SuperLega e uno stuolo di ex calciatori influenti e molto presenti in tv (Gary Neville, Paul Scholes, Rio Ferdinand, etc) non è mai semplice, né automatico. Per questo, Solskjaer era considerato la scelta migliore possibile. E l’anno scorso, dopo un crescendo continuo fino al secondo posto finale, gli è stato rinnovato il contratto per tre anni. Secondo Sir Alex, il 48enne norvegese ha il “Dna” ideale di questa squadra-famiglia, non è una figura ingombrante e si sarebbe fatto le ossa col tempo e anche con le sfuriate del grande vecchio. Quest’anno invece, stanno venendo fuori diversi limiti di Solskjaer: scarso tatticismo, squadra invertebrata nei momenti difficili e una sottomissione troppo supina alle star e ai titolari della squadra, mentre campioni come Pogba e acquisti altisonanti come Sancho (85 milioni) restano a marcire in panchina.

Perché Conte può essere un ‘problema’

Ma lo United teme che Conte, in un contesto delicato e tradizionale, possa fallire, come hanno fallito altri due santoni del calcio europeo che dovevano fare sfracelli all’Old Trafford: Van Gaal e Mourinho. Il quale, nel 2019, fu cacciato proprio per dare spazio a Solskjaer. Un cerchio che si pensava chiuso. Ma che ora potrebbe riaprirsi.

Tuttavia, il Manchester vuole un progetto stabile, a lungo termine. Certo, i 27 anni di Sir Alex allenatore sono irraggiungibili, ma almeno con lo stesso spirito. Allo United non è sfuggito che Conte, nel corso della sua ultra-vincente carriera, si è sempre mostrato molto esigente, criticando apertamente le sue stesse società, e ha sempre sbattuto la porta quando le sue ambizioni non coincidevano con le idee, gli obiettivi e l’impegno finanziario dei club che l’hanno assunto. Questo è l’ostacolo principale per l’arrivo di Conte allo United: i dirigenti, e soprattutto Sir Alex, non vogliono ritrovarsi in casa un altro piantagrane europeo, per quanto eccellente dal punto di vista sportivo.

Poi c’è Cristiano Ronaldo. Che, come già visto alla Juventus, può decidere il destino dei suoi allenatori. Con Conte allo United, si rischierebbe la sindrome di Del Piero l’ultimo anno alla Juve: usato col contagocce, seppur in maniera decisiva per lo scudetto, perché pressava poco secondo i comandamenti del tecnico italiano. Il campione portoghese, oramai non è più un mistero, non partecipa alla fase difensiva con Solskjaer e corre meno del portiere del Wolfsburg. Questo fa sì che, almeno prima della disfatta contro il Liverpool, CR7 sia stato sinora quello che tira più di tutti in Premier League, pur segnando solo tre gol sinora. Conte potrebbe stravolgere tutto questo. Per giocare, Cristiano dovrebbe correre di più, e inevitabilmente tirare di meno. Con quali conseguenze per i numeri, le statistiche, l’egocentrismo e la visibilità-sponsor dell’azienda Cristiano Ronaldo? Ieri sera il portoghese ha postato su Instagram: “La colpa è nostra, solo nostra”, ossia noi calciatori. “Non c’è nessun altro da incolpare”. Nella filologia ronaldesca è un chiaro sostegno a Solskjaer. E un niet a un altro allenatore, soprattutto Antonio Conte.

Fonte Repubblica.it

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