Viaggio a Brentford, in Premier League dopo 74 anni: “Così voleremo ancora più in alto”

BRENTFORD (LONDRA). “Papà, guarda! Questo era lo stadio dove andavi da ragazzino. Ricordi?”, chiede la figlia Karen che lo ha accompagnato in macchina, parcheggiata davanti al cantiere. “Sure I do!“, risponde fiero con i suoi occhi azzurri e orgogliosi Ronald Batson, 91 anni, mentre il suo cuore batte le gioie e i dolori calcistici di un’intera infanzia. Quando negli anni Quaranta papà lo portava a vedere il Brentford, la sua squadra del cuore e nome del suo vecchio quartiere.

Ronald fissa il vecchio ingresso dello stadio Griffin Park, con la scritta, oramai scolorita, Brenford Fc. Una struttura casalinga, da circa 10mila posti, incastrata tra le case. Un’istituzione di questa lillipuziana e tranquilla area residenziale nella profonda perfieria ovest di Londra. Leggenda e storia vuole che fu proprio qui, dove il Tamigi allora è più basso, che Giulio Cesare attraversò il fiume durante l’invasione britannica dei romani nel 54 a.C.. Ma il Griffin Park sta per essere demolito. Perché il nuovo stadio è il Brentford Community, a circa un chilometro e mezzo da qui.

Ronald e sua figlia Karen, di fronte al vecchio stadio del Brentford (foto Antonello Guerrera

“Ma non preoccuparti, papà. Tra poco ti porto pure lì”, assicura Karen Porter. Sua nipote Alex, figlia di Karen, si imbatte nella nostra foto su Twitter e ci scrive: “Ah, immagino come mio nonno non abbia perso l’occasione per avere il piacere di raccontare tutti i suoi ricordi del Brentford!”.

Ronald vorrebbe tornare allo stadio per il match di esordio di stasera (ore 21), contro l’Arsenal. E fa niente che non è il vecchio Griffin Park, dove il Brentford ha giocato dal 1904 fino al 2020 e che è uno stadio straordinario. Se non altro perché era l’unico di Inghilterra con ben quattro pub diversi ai quattro angoli della struttura all’esterno. Cheers! Il nome dello stadio, Griffin, difatti deriva da una di queste “public houses”, ovvero il Griffin pub, dove è stato fondato il club nel 1889. È mezzogiorno e Ronald decide di tornare anche al vecchio pub di quartiere, all’angolo dello stadio. Dove, a 91 anni, ordina e gusta mezza pinta di birra ale bitter.

Il Griffin pub, dove è nato il Brentford (foto Antonello Guerrera

Ronald, ex agente immobiliare, è un testimone eccezionale, oltre che uno spilungone adorabile. Perché, a 91 anni, uno dei pochi tifosi che ha visto il suo Brentford tornare in Premier League, dopo ben 74, diventando così la sesta formazione della capitale britannica nella massima serie inglese. “È sempre stata la mia squadra, anche quando poi con la famiglia ci siamo trasferiti nel nord di Londra. Ma io mica ho cambiato team. Non tiferò mai il Tottenham! L’ultima partita che ho visto allo stadio è stata nel 2014, vincemmo 2-1 nel recupero contro il Fulham. Il Brentford è stato l’amore di una vita”.

Il vecchio stadio del Brentford, Griffin Park, in demolizione attraverso un buco della staccionata (foto Antonello Guerrera) 

Ecco, il Fulham, altra squadra di Londra ovest, contro la quale il Brentford vive una forte rivalità. Ma ancor di più nei confronti del Queen’s Park Rangers, soprattutto da quando “the hoops” cercarono di soffiare il Griffin Park al Brentford nel 1967, durante una delle tante crisi delle “Bees“, come vengono chiamati i giocatori del Brentford. E cioè le “api”, come l’ossessivo simbolo incollato ovunque sulle pareti del nuovo Community Stadium.

Fuck Qpr“, si legge infatti su una delle transenne del vecchio stadio ora sventrato da gru, camion e operai. Lo sgarro non sarà mai dimenticato, come non lo dimenticano i vecchi clienti del quattro pub intorno al Griffin. Uno in verità ha chiuso, il Princess Royal, causa pandemia. Sotto l’ingresso, prima calcato da decine di tifosi, ora dorme un senzatetto.

Il pub Princess Royal, l’unico dei 4 dell’ex stadio del Brentford che ha chiuso causa pandemia (foto Antonello Guerrera

Gli altri tre pub sono invece ancora aperti. Oltre al Griffin, c’è la New Inn, più tradizionale, e “The Brook”, “il pub più fighetto”, ci dicono i tifosi del Brentford, “lì nessuno di noi ci va, non fanno vedere neanche le partite, bleah”. Sdegno. Indignazione.

“Ma non c’è competizione tra i nostri locali”, ci assicura il gestore del Griffin, tra foto storiche del Brentford Fc e sciarpe, dove tutto è iniziato. “Credo che molti tifosi continueranno a venire qui prima della partita, anche se lo stadio è un po’ più lontano. È solo un chilometro e mezzo!”. I vecchi clienti del locale, che assaporano tutti pinte di ale sin da mezzogiorno, concordano.

Il nuovo e lucido Brentford Community Stadium è stretto in un eccezionale triangolo di ferrovie urbane, poco sopra i giardini Kew Gardens dall’altra parte del fiume, e ospita quasi 18mila spettatori. È bello, funzionale. Ma certo non ha il fascino del Griffin.

Il pub “The New Inn” (foto Antonello Guerrera) 

Dove però non si poteva continuare a giocare, perché inadatto alla massima serie (che potrebbe portare centinaia di milioni di euro al club nei prossimi anni) nonché al calcio di oggi: gli spogliatoi erano piccolissimi e con una sola toilette. Kevin O’Connor, leggenda del Brentford con oltre 500 presenze nel XXI secolo prima di ritirarsi nel 2015, ha ricordato alla Bbc come tra 2007 e 2009 la palestra e la cucina erano praticamente la stessa stanza, con soltanto un separé tra loro: “Immaginate gli odori di un ambiente del genere…”.

Erano gli anni del Brentford in terza o quarta serie, quando per poco non ha fatto la fine di un’altra illustre formazione come il Bury. Invece no, questa favola di West London doveva continuare, nonostante disfatte da tagliare le gambe, come la sconfitta nello spareggio contro il Doncaster nel 2013 valido per approdare alla seconda serie (Championship). Se oggi il Brentford è tornata in Premier League, dopo quasi otto decenni, il merito non è solo della sconfinata passione dei tifosi e della vittoria nei play-off contro lo Swansea lo scorso 29 maggio per 2-0 a Wembley. Ma anche di quegli stessi giocatori che all’epoca si piazzavano davanti all’ingresso del Griffin Park con i secchi per raccogliere qualche spicciolo per la squadra. Dell’amore per il calcio locale, familiare e generazionale, tipico di queste parti. E poi tanto merito ce l’ha anche il nuovo presidente.

Il suo nome è Matthew Benham, 53 anni, laureato a Oxford, ex Bank of America Corporation e imprenditore dello scommesse: la sua Smartodds fornisce modelli statistici per il gioco d’azzardo. Anche lui un tifosissimo del Brentford, sin da bambino: prima volta al Griffin Park a 11 anni, nel 1979. Benham ha portato fondi freschi (almeno 100 milioni di sterline nella sua gestione iniziata oltre dieci anni fa) necessari prima alla sopravvivenza del club e poi alla sua scalata verso il ricco olimpo del calcio inglese, rendendo il Brentford ora un patrimonio da 300 milioni di sterline. Ma soprattutto ha ribaltato la strategia finanziaria e societaria della squadra, con metodi rivoluzionari. Controversi per alcuni, decisivi per altri.

Il pub “The Brook” (foto Antonello Guerrera) 

Innanzitutto, Benham ha importato la strategia “Moneyball”, presa in prestito dall’omonimo libro di analisi del baseball di Michael Lewis, in quel caso incentrato sulla squadra Oakland Athletics guidata dall’ex giocatore Billy Beane. Il grande capo del Brentford ha pensato di applicare la stessa teoria in Inghilterra: prendere giocatori caduti in disgrazia e rigenerarli, come nuovi. “È l’unico modo per competere con le squadre più grandi di noi”, ha spiegato in passato Benham, uno che non parla mai volentieri con i giornalisti.

Il presidente ha un esempio chiaro in testa, chiaro: Dick Fosbury. Ossia l’atleta americano del salto in alto che nel 1968 rivoluzionò la disciplina, vincendo l’oro alle Olimpiadi di città del Messico saltando per la prima volta con la testa all’indietro e non con un tuffo in avanti, come sino a quel momento avevano fatto tutti i suoi colleghi e predecessori. Da allora, dopo quella clamorosa vittoria, tutti seguirono il suo metodo.

Poi c’è il metodo, anzi l’algoritmo, di Rasmus Ankersen, direttore sportivo del Brentford, che si basa sulla sua “tavola della giustizia”. Ossia scovare i giocatori in base al loro potenziale inespresso, non in base ai numeri e ai risultati che raggiunti sinora, magari inferiori alle loro aspettative per via di avversari troppo forti, di coincidenze sfavorevoli o magari della sfortuna. Ankersen ha scritto il libro “The Gold Mine Effect” (“l’effetto miniera d’oro”), in cui fa un esempio calzante per esplicare il suo metodo: “L’impiegato Apple avrà sempre più successo di quello di Microsoft in questo momento storico. Ma magari quello di Microsoft è più bravo di lui. Insomma, Davide contro Golia”.

Infine, c’è stata una follia che poi, almeno nel caso del Brentford, è presto diventata una genialata: l’abolizione della squadra giovanile. “Era inutile continuare così”, ha spiegato il dirigente Chris Giles alla Bbc, “spendere soldi per ragazzini di 8, 9, 10 anni che non avrebbero mai raggiunto la prima squadra non aveva senso. L’importante era costruire subito una squadra competitiva e formare un’altra formazione B di sostegno, per quegli acquisti tra i 18 e i 23 anni”.

Il nuovo stadio del Brentford (foto Antonello Guerrera) 

Ma come? Una squadra piccola non dovrebbe puntare proprio sui giovani da far crescere in “accademia”, per poi magari rivenderseli a club più famosi e diventare sempre più influente? Benham non era d’accordo: secondo lui il settore giovanile del club costava troppo e produceva poco.

Bisognava essere competitivi subito e dunque, ecco la nuova strategia: comprare gli scarti delle altre squadre, soprattutto big, appena compiono 16 anni. Rivalutarli, far crescere il loro valore e rivenderli al maggiore offerente. Così è successo per esempio con i giocatori Ollie Watkins, Said Benrahma, Neal Maupay e Chris Mepham, all’inizio comprati per rispettivamente 2 milioni, 3 milioni, due, e zero dal Chelsea, per poi essere successivamente ceduti per 33 milioni di sterline (quasi 40 milioni di euro, all’Aston Villa), 30 milioni (al West Ham), 20 (al Brighton) e 15 (Southampton). Negli ultimi dieci anni il Brentford ha speso 70 milioni circa di ingaggi e ne ha guadagnati complessivamente circa 150 dalle vendite.

Oggi il Brentford è una squadra che ricorda un po’ il miglior Perugia di Luciano Gaucci. Primavera assente, ma giocatori e scommesse da tutto il mondo: c’è un iraniano, Saman Ghoddos. Un islandese, Patrik Gunnarsson. Un congolese, il 24enne Yoane Wissa. Un ecuadoregno, Joel Valencia. Un grenadino, Shandon Baptiste. Un guineiano, Julian Jeanvier.

Ci sono poi altri nuovi acquisti, come quello più caro della storia del club, il difensore norvegese Kristoffer Ajer, dal Celtic per quasi 15 milioni di sterline. Il mediano Frank Onyeka è arrivato dalla squadra danese del Midtjylland dove, da azionista di maggioranza, il proprietario del Brentford Benham ha vinto due campionati insieme a Ankersen. Che, oltre a essere direttore sportivo del Brentford, è anche il presidente del Midtjylland. Niente marcio in Danimarca.

Ma “l’ape” più pericolosa di questa squadra è il bomber e talismano Ivan Toney: inglese, 25 anni e 31 gol l’anno scorso in Championship. Poi ci sono le ali Bryan Mbeumo (ex giocatore più costoso della storia del club con i suoi 7 milioni) e Sergi Canós, il 30enne capitano svedese Pontus Jansson, i danesi Christian Norgaard e Mathias Jensen. E infine l’allenatore demiurgo di questa storica scalata: Thomas Frank, 47 anni, nome inglese ma in realtà è danese pure lui, molti anni passati ad allenare i ragazzini in Scandinavia. “Siamo una grande storia di coraggio”, ha detto Frank alla vigilia dell’esordio di stasera contro l’Arsenal, “in realtà siamo come i bombi: non siamo fatti per volare, eppure abbiamo volato fino alla Premier League. Faremo di tutto per continuare a volare il più in alto possibile”.

Fonte Repubblica.it

Condividi
Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x
Available for Amazon Prime