Usa, Hope Solo accusa Rapinoe di obbligare le giocatrici a inginocchiarsi (ma i conti non tornano)

Sono le ragazze terribili del calcio americano. Imprevedibili, senza freni. Da una parte l’attaccante più forte degli States, simbolo di una nazionale che si è ribellata all’ex presidente Trump, dall’altra l’ex portiere della squadra, una giocatrice ribelle, scontrosa, cacciata dal gruppo. Hope Solo accusa Megan Rapinoe di aver obbligato le altre giocatrici a inginocchiarsi davanti all’inno nazionale. “Penso che la retorica che circonda questa squadra sia stata sia divisiva che inclusiva –  ha esordito Solo – e che mettersi in ginocchio possa creare molte divisioni”. E poi, lei, che aveva accusato la nazionale di essere un gruppo di ‘ragazzacce bianche, privilegiate e cattive’ accusa: “Ho visto Megan Rapinoe costringere le altre a inginocchiarsi perché vuole davvero difendere qualcosa, ma a suo modo”.

 I conti non tornano

C’è qualcosa che non quadra, però, nelle accuse dell’ex portiere. La sua storia presenta delle incongruenze nella cronologia. Rapinoe ha iniziato a inginocchiarsi durante le partite nel settembre 2016 in solidarietà con Colin Kaepernick, l’ex quarterback dei San Francisco 49ers che si era per primo inginocchiato durante l’inno nazionale per denunciare la violenza della polizia contro i neri e l’ingiustizia razziale (Rapinoe poi lo fece da sola, nessuna delle sue compagne di squadra si unì a lei). Ma la nazionale aveva rescisso il contratto di Hope Solo qualche mese prima, nell’agosto 2016, dopo che l’ex portiere aveva definito le avversarie, la squadra olimpica svedese, “un branco di codarde” per una sconfitta ai rigori. Dopo quella sospensione non ha mai più giocato per la Nazionale e quindi neanche con Rapinoe. In quel periodo la federazione, la U.S. Soccer, aveva ha imposto il rispetto dell’inno proprio poco dopo che Rapinoe aveva iniziato a inginocchiarsi e ad attaccare il presidente Trump per le politiche e le frasi discriminatorie. Un regolamente che la U.S. Soccer ha poi abrogato nel giugno 2020 dopo l’uccisione di George Floyd.

Hope Solo, la ribelle che si fida solo di se stessa

Nella sua autobiografia Solo si definisce “una persona fortemente introversa, individualista, che non si relaziona facilmente in un contesto collettivo”. Non privilegia lo spirito di gruppo e un’impostazione che non favorisce quello che è il fulcro di un gioco di squadra come il calcio, né aiuta l’inserimento in una squadra come la Nazionale Statunitense Femminile che aveva fatto fin dal principio della “Togetherness“, la solidarietà e l’unione, il suo marchio di fabbrica. Ma Hope Solo non credeva in quello spirito, né “idolatrava” quel gruppo di atlete che erano diventate le eroine della cultura sportiva statunitense. Denunciava un ambiente tossico e ostile nei sui confronti. E per questo, aveva imparato a pensare solo a se stessa.

Fonte Repubblica.it

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