Un’altra squadra ormai pronta a vincere il titolo, ma è un campionato livellato verso il basso

Se assumiamo che la crescita non avviene tra gli agi, ma reagendo alle difficoltà, il modo in cui il Napoli ha vinto in casa della Lazio – la forza con la quale si è ribellato al pari tagliagambe di Pedro – ci parla di una squadra ormai pronta a vincere lo scudetto. Nessuno ne parla apertamente – un po’ per gufare gli altri, un po’ per schivare le responsabilità – ma è chiaro che le candidate sono tre con fette di torta di spessore simile, più uno spicchietto che è giusto avanzare per la Juve in caso di ulteriori frenate davanti. Ieri Spalletti si è impadronito della ripresa dopo un tempo di pura resistenza al gran gioco di Sarri, e in filigrana affiora una trama del destino a unire nuovo e vecchio incantatore dei partenopei. Aveva preso i tre punti necessari con Insigne, affiancandosi in vetta al Milan – e domenica c’è lo scontro diretto – se ne era fatti scippare due perché Pedro non vive di memorie, li ha riagguantati perché la società ha avuto la forza di non vendergli Ounas, e l’algerino ha avviato l’azione decisiva, chiusa alla grande da Fabian Ruiz grazie a un assist di Insigne, e la sottolineatura non è casuale. 

Erano dieci anni che la testa della classifica non registrava alla giornata 27 una quantità di punti così ridotta. Era, quello, il primo campionato del ciclo dei nove vinti dalla Juve: lo scontro diretto col Milan era già alle spalle, con la celebre svista del gol di Muntari sfuggito all’arbitro Tagliavento, e Allegri all’epoca faceva da lepre, a differenza di oggi. Il Milan conservava quattro punti di margine sulla Juve – il sorpasso sarebbe arrivato alla 31ª – e non esistevano altre concorrenti: quell’anno Conte vinse il suo primo scudetto a quota 84 (guarda caso quella citata sabato da Allegri), il Milan chiuse secondo a 80 e la terza, l’Udinese con 64 punti, arrivò quando avevano già smontato il palco delle premiazioni. Che calcio era, quello dell’Italia nel 2012? Mediocre per i club, che in Europa piazzavano soltanto una squadra (il Milan) nei quarti di Champions e una (l’Udinese) negli ottavi di Europa League. Più vivace la Nazionale, che di lì a poco Cesare Prandelli – un innovatore – avrebbe guidato a un brillante secondo posto all’Europeo di Polonia e Ucraina, e si prova un buco allo stomaco nel ripensare alle dolci serate di vigilia in una Kiev vestita a festa. 

Dieci anni dopo il calcio italiano vive un déjà vu nelle coppe, e la Nazionale di Mancini – altro ct fuori dal solco – ha colto il grande risultato la scorsa estate, ma oggi viaggia sotto un nuvolone scurissimo, la consapevolezza che il probabile spareggio contro il Portogallo possa essere molto complicato. Perdersi il secondo Mondiale di fila equivarrebbe per il nostro calcio alla fusione del nocciolo: un tracollo tecnico, economico e di prestigio che, nello scenario di crisi già in atto, renderebbe irreale l’ipotesi di un rilancio. 

Quando la Serie A era la Premier League del tempo – fine anni 80, inizio anni 90 – la contendibilità dello scudetto avveniva ai livelli più alti: le squadre che alla domenica si battevano per conquistarlo avevano i mercoledì europei occupati sino a primavera inoltrata. Oggi la situazione è opposta: l’unico club italiano competitivo in Champions negli anni 10, la Juve due volte finalista, dominava per inerzia un campionato depresso. Da qualche anno il torneo è più equilibrato, ma l’Europa dimostra che il livellamento è avvenuto verso il basso. La stessa povertà di punti dell’alta classifica attuale lo conferma: questo è il periodo della stagione nel quale affiora la stanchezza, e la soluzione di tante partite viene demandata alle giocate individuali dei campioni.

Il problema è che i campioni sono invecchiati (Ibra) o siamo stati costretti a lasciarli andare (Ronaldo, Lukaku, Hakimi), o stiamo per salutarli (Insigne). Appena ne ha ritrovato uno con Vlahovic, la Juve ha accelerato il passo: con cinque sconfitte nel bagaglio resta difficile immaginarla coronare la sua rimonta, ma è bastato un centravanti capace di prodezze per andare oltre tutti i discorsi su fattura del gioco e sua modernità, e riaccendere il tifo. Un anno fa, la (giustamente) criticata Juve di Pirlo aveva 8 punti più di questa, uno in più di Milan e Napoli capoliste odierne, alla stessa quota potenziale dell’Inter in caso di successo nel recupero. Basta questo dato per capire la qualità complessiva che ci siamo persi per strada. 

Un’altra squadra ormai pronta a vincere il titolo, ma è un campionato livellato verso il bassoFonte Repubblica.it

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