Un nuovo attacco per il Milan in crescita

Della forza dell’Atletico Madrid, che martedì 28 settembre a San Siro sarà per il Milan il primo avversario del ritorno casalingo in Champions così come era stato l’ultimo nel 2014 prima della lunga pausa, parla in maniera eloquente la panchina esibita da Simeone al cospetto del Porto: Griezmann, Trippier, Correa, Renan Lodi, Vrsaljko e Matheus Cunha, fresco protagonista alle Olimpiadi nel Brasile campione. Eppure tanta abbondanza non è bastata. Dell’equilibrio del girone B è del resto conferma proprio il risultato di Madrid: lo 0-0 dice che il Porto, come da curriculum, non è affatto immolato in partenza all’eliminazione. Non lo è nemmeno il Milan, a maggior ragione dopo avere resistito agli strattoni del Liverpool ad Anfield: la qualificazione resta molto complicata, ma non è impossibile. E il migliore alleato potrebbe essere l’equilibrio del gruppo, con tutte e quattro le squadre che possono togliersi punti reciprocamente.

Cresce l’autostima

La testimonianza più concreta del fatto che nulla sia già deciso in partenza, neppure a favore del Liverpool travolgente per qualche tratto di partita, l’hanno fornita i commenti dei giocatori del Milan alla sconfitta. Non ce n’è stato uno che non si sia rammaricato per il 3-2. Diaz, che più di tutti i compagni si era illuso avendo segnato il 2-1 prima dell’intervallo, ha addirittura detto di sentirsi beffato, perché la squadra avrebbe potuto e dovuto vincere. E’ dunque evidente che la serata inglese non solo non ha minato l’autostima, ma l’ha alimentata. Pioli stesso la considera utile e preziosa: per non ripetere gli errori che la Champions, torneo di livello massimo, non perdona mai. Al di là delle valutazioni psicologiche e dell’effetto probabilmente benefico di una partita in cui il Milan ha capito di non essere così inferiore alle avversarie del girone più difficile, come forse temeva, lo spiraglio intravisto dall’allenatore è di natura tattica.

Camaleonti in attacco

Pioli non ha rinnegato se stesso, né il suo sistema di gioco, fondato sul rischio calcolato di tenere sempre un buon numero di calciatori nella metà campo avversaria, quando il Milan attacca. E’ stato il segreto del secondo posto dello scorso campionato e potrebbe esserlo anche in Champions: è così che ad Anfield sono arrivati i due gol di fine primo tempo ed è così che il Liverpool, devastante in fase offensiva, ha dovuto frenare un po’ l’inclinazione all’attacco costante, prendendo qualche vaga contromisura difensiva. Il Milan ha pagato in parte lo sbilanciamento e l’inferiorità numerica a centrocampo, ma ha pure dimostrato di potere armare un veloce ed efficace contropiede, ogni volta che riusciva a sottrarsi al pressing parossistico di Klopp. Il che era sostanzialmente possibile in due modi. O attraverso la rapida uscita in palleggio dalla propria metà campo, con annessa catapulta per gli scambi di posizione dei tre trequartisti, di Rebic falsissimo nove e di Hernandez ala aggiunta e velocista in percussione (da manuale del gioco collettivo l’azione in uscita dell’1-1). Oppure col superamento del pressing grazie all’innesco in verticale del centravanti, che con le sue sponde può permettere l’immediato scatto dei compagni verso la trequarti avversaria.

L’assenza di Ibrahimovic e l’uso forzato a mezzo servizio di Giroud hanno reso quasi impossibile questa seconda soluzione. Pioli, varando nel finale la coppia Giroud-Daniel Maldini, ha prefigurato una variazione tattica: l’attacco a due punte. Il Milan camaleontico ha studiato a Liverpool la prima lezione della Champions. La seconda, a San Siro contro l’Atletico, non la vuole sbagliare.

Fonte Repubblica.it

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