Tre motivi che rendono felice il Diavolo. Arbitri, la situazione è sfuggita di mano

Il Milan ha “vinto” il pareggio di San Siro per tre motivi. Il primo è l’approdo alla pausa in testa alla classifica: nelle ultime settimane il calendario favoriva il Napoli, eppure a Spalletti – che alla ripresa avrà Inter, Lazio e Atalanta in quattro gare – non è riuscita la spallata. Il secondo motivo è la distanza invariata dall’Inter, e a quasi un terzo di campionato 7 punti sono un piccolo gruzzolo. Il terzo era molto valido fino a quindici minuti dal termine di una partita finalmente bella: segnandosi da solo il gol del pareggio, sbagliando un rigore e un discreto numero di altre chance, l’Inter era un concentrato di rimpianti e il Milan di sollievo. Negli ultimi 15′, però, l’assalto rossonero all’arma bianca ha (in parte) riequilibrato la lettura del derby. Tatarusanu resta il man of the match per la strepitosa parata su Lautaro, ma Rebic non è andato lontano dal contendergli il trofeo. Pioli e Inzaghi hanno assecondato la natura delle loro squadre, ma nel primo tempo il Milan ha attaccato senza un adeguato sistema di coperture preventive: ogni volta che l’Inter ripartiva, arrivava nell’area avversaria senza quasi trovare resistenza. Il fatto che Lautaro e nella ripresa Vidal abbiano mancato facili match-point è una colpa che avvelenerà la pausa di Inzaghi. 

Dopo 12 partite le due battistrada hanno raccolto assieme 64 punti: da quando la vittoria ne vale tre non era mai successo, il che descrive l’eccellenza del loro cammino. Il Napoli ha perso i primi punti casalinghi contro il Verona, la squadra più in forma del torneo. La dinamica del gol di Simeone chiama in causa l’assenza di Koulibaly, che avrebbe probabilmente trovato il modo di chiudere la linea di passaggio fra l’ottimo Barak e il centravanti. Del totem senegalese ci sarebbe stato bisogno anche in fase di partenza dell’azione, che il Verona disturba moltissimo ma a prezzo di lasciare spazio una volta superata la prima linea del pressing. Privo del suo leader, Spalletti ha ottenuto poco anche da Insigne, e senza fonti creative d’alta qualità il Verona non lo batti.

Dietro stanno riprendendo quota l’Atalanta – che con 22 punti viaggia ai suoi massimi – e la Lazio, per la quale vale il sorriso di Sarri, uno che in genere concede poco ai facili entusiasmi. La Juventus è rimasta attaccata al treno in extremis, ritrovando almeno la capacità di sfruttare il finale che è un suo marchio di fabbrica: ma dal punto di vista del gioco l’unico passo avanti è stato quello della linea difensiva, che De Ligt porta a ridosso del centrocampo – tanto lui ha lo sprint per proteggersi le spalle – accorciando la squadra. È una base di ripartenza, chissà se Allegri vi si affiderà. La Roma, infine, ha perso ancora su situazioni al limite: la sua fase di copertura è un rebus insoluto, l’unica cosa da non fare è discutere Abraham. Può darsi che gli manchi l’animo del bounty killer, ma è un attaccante di alta qualità.

La pausa, adesso. Dovrà servire anche agli arbitri per fare il punto di una situazione che complessivamente è sfuggita loro di mano. Complessivamente, sì, perché non avrebbe senso stilare una lista di bravi e scarsi (anche se certe differenze individuali quest’anno sono molto visibili): stagioni tranquille non ne esistono, e questo può anche essere fisiologico in un calcio polemico come il nostro, ma ormai non passa giornata senza un nuovo “caso”, più o meno sempre uguale nella dinamica ma spesso diverso nella decisione finale tra arbitro e Var, il che ovviamente appicca il fuoco a ogni dopo partita. La nuova gestione di Trentalange e Rocchi non è partita bene, e se non trova in fretta una coerenza al ribasso – nel senso di sanzioni dure solo per falli gravi – non riuscirà a risalire la corrente. Purtroppo l’incertezza del diritto ha fatto riemergere in campo la maleducazione: ci sono giocatori che restano a terra per ogni scemenza, proteste temerarie in assenza del più lieve appiglio (ogni tiro ribattuto viene denunciato a prescindere come fallo di mano), arbitri in attesa del Var che vengono circondati da folle urlanti. E in un clima del genere il racconto calcistico, che aveva fatto molti miglioramenti sul piano analitico, rischia di tornare a un’enorme e pervasiva moviola, buona solo a solleticare ogni tipo di complottismo. Nei giorni più duri del primo lockdown non era questo il calcio che sognavamo 

Fonte Repubblica.it

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