Tifo ma non so chi. I figuranti distratti di un Mondiale a corto di spettatori

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Tifo ma non so chi. I figuranti distratti di un Mondiale a corto di spettatori

DOHA – L’ombra di un caso riempie più del pubblico gli stadi di Doha. Il Mondiale arabo è a corto di tifosi. Ce ne sono, sì: ma non abbastanza. Aspettative deluse, dati ufficiali che cercano di smentire la realtà, ma restano negli occhi le immagini di spalti che si svuotano a metà secondo tempo. Mentre l’Argentina cade contro i sauditi, le strade limitrofe, nel centralissimo Msheireb, sono deserte. Un bar che trasmette la partita è vuoto. Fino a una decina di giorni fa erano tantissimi. Tifavano Francia, Brasile e Argentina, ma non erano tifosi veri. Oggi si mimetizzano meglio, tra migliaia di persone venute per applaudire davvero la loro squadra. Sulla metro rossa, lunedì sera, incontriamo alcuni ragazzi. Hanno lo stesso equipaggiamento di sciarpa, bandiera indossata come un mantello, maglia da gioco (contraffatta), ma di quattro squadre diverse: Portogallo, Francia, Argentina e Brasile. Parlano la stessa lingua, vengono dalla stessa regione, forse dall’India o dal Nepal, come la stragrande maggioranza di chi vive a Doha. 

Magari sono tra quei centomila ingaggiati nelle settimane prima del via al Mondiale e vestiti di tutto punto con i colori delle nazionali per delle sfilate sulla Corniche: servivano più che altro a testare la tenuta della sicurezza durante i cortei dei tifosi veri, ma sono venuti buoni anche per trasferire un entusiasmo che evidentemente ancora non poteva esserci. Qualche imbucato negli stadi e in giro si trova ancora. Cho è un giapponese sulla quarantina, ci dice che sta andando allo stadio a tifare i Tre Leoni con i figli e un amico «perché ho vissuto un anno a Londra». Chi segna? Mh… Non so. Forse…». Passano dei secondi, i figli guardano il papà smarriti. «Kane?». Quando il gioco diventa più difficile è inevitabile la scena muta: «Il giocatore preferito? Non lo so…». Dopo lunghi secondi di sforzo mnemonico, lo salutiamo. Girando per le vie del Souq Waqif, le strade più turistiche, trovi tre tifosi particolari: maglia dell’Inghilterra rossa, sulle spalle il numero 9 di Kane, ma il nome è scritto in caratteri arabi. Siete inglesi? «No, messicani». E la maglietta? «Eheheh», e si allontanano. Sono le 13 a Doha e già sarebbe tardi per arrivare in tempo a vedere la squadra di Southgate. Ma un’ora dopo sono ancora lì, a girare per il Souq. A un tavolo incontriamo di nuovo anche Cho: doveva andare allo stadio, ci aveva detto. Sarà per la prossima.

I flussi dei tifosi che arrivano non sono quelli attesi, non si arriva a più di 10 mila trasporti dall’aeroporto ogni giorno. Qualcuno forse spaventato dai prezzi degli alberghi di Doha dorme lontano, ad Abu Dhabi, visto che il governo locale ha fatto una campagna massiccia per invogliare i tifosi a preferire gli Emirati, con ponte aereo e prezzi ribassati. Ma non basta. E i posti vuoti negli stadi denunciano che qualcosa nella vendita dei biglietti non è andata come sperava l’emiro Al Thani per la sua festa Mundial. 

Gli accessi ufficiali risultano altissimi, raccontando di stadi pieni al 97,5 per cento. Poi ti guardi intorno e vedi altro. A differenza di quanto circola in rete, i dati non superano mai la capienza ufficiale degli stadi (più alte delle approssimazioni di una prima ricerca). Ma sono comunque troppo generose. Tanti i settori con pochissimo pubblico: Olanda-Senegal, Usa-Galles, Messico-Polonia, Danimarca-Tunisia hanno mostrato mosaici di pubblico pieni di tessere mancanti, evidenziate dal blu dei sedili rimasti liberi. Possibile che a disertare siano stati ricchi qatarini che poi non si sono presentati. Ma i report del comitato organizzatore dovrebbero affidarsi ai tagliandi effettivamente passati per i tornelli, e non sembrano particolarmente attendibili. Certo, la monocrazia qatarina impone verità parallele. Ma quando si tratta di un evento planetario è più difficile nascondere la verità. 

Fonte Repubblica.it

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