Super Mourinho ha già perso i poteri. Ora litiga per scuotere la Roma

Soltanto poche ore prima di vedere la sua Roma frantumarsi come una statua di ghiaccio, José Mourinho aveva sfidato il gelo di Bodø sfilandosi la tuta per mostrare il petto. Come Superman. Lo è stato per anni, quando gli esoneri non erano che opportunità di vincere altrove: dal Chelsea all’Inter, dal Real al Chelsea e poi allo United. Oggi quel gesto goliardico sembra una sfacciata sfida a un destino che ventiquattro ore dopo s’è preso una spietata rivincita: sei gol in carriera non li aveva presi mai, lo ha detto lo stesso Special One, anche se negli sfottò dei tifosi laziali è già Special Six.

Il timore che gli inglesi avessero ragione

La parabola è una curva che sale fino al suo vertice, che nella carriera di Mourinho è stato probabilmente il triplete con l’Inter, ma che da quel punto in poi discende. Giovedì sera ha raggiunto finora il suo punto più basso: uno schizzo di caffè su una tela del Louvre. Che proietta l’ombra del dubbio sui trionfalismi che avevano accompagnato lo sbarco romano di Mourinho. Dai video celebrativi e i murales, al gelido timore che avessero ragione gli inglesi, a dirlo bollito, soltanto sei mesi fa. Una fretta che Roma non ha e non vuol avere. Ma che fine ha fatto la figura da capobranco che aveva accompagnati i suoi anni migliori, quando gonfiava quel petto da supereroe per difendere i giocatori dal “rumore dei nemici”?

Una strategia d’urto

Mentre lo spogliatoio romanista ribolliva in un confronto acceso tra i calciatori, senza l’allenatore a far da arbitro, José prendeva i resti della squadra, la divideva in due gruppi e davanti alle telecamere ne faceva a pezzi la metà. Apparentemente, il tentativo di trovare un colpevole liberandosi della responsabilità della figuraccia. Chi lo conosce però pensa a una strategia diversa. “Leadership conflittuale”, la chiamano. È la ricerca di ostilità col gruppo per suscitare una reazione. Una scure bipenne, che stimola chi ha la forza di reagire e demolisce senza appello chi quella forza non ce l’ha. Funzionava con gente come Cambiasso e Stankovic, Maicon e Zanetti. Ma che succede se a esserne investiti sono ventenni senza storia? Certo non ha funzionato al Tottenham. «Quali saranno oggi gli agnelli sacrificali?», si chiedevano sul pullman verso lo stadio i calciatori inglesi. I tabloid hanno raccontato come alcuni avessero brindato dopo il suo esonero: confessioni chissà quanto veritiere. Ma proprio le critiche continue ai calciatori hanno contribuito ad affrettare il divorzio. Persino Daniel Levy, il presidente che l’aveva voluto a Londra, entusiasta come un bambino all’idea di dare agli Spurs «uno dei due migliori allenatori del mondo», era esausto di quella gestione.

L’aumento di capitale dei Friedkin

Alla Roma Mourinho ha trovato il medesimo entusiasmo fin dalla prima riunione carbonara nella sua casa di Mayfair: i dirigenti, José e il suo avvocato in un soggiorno a guardarsi negli occhi e a parlare di futuro. Non ha avuto tutto quello che ha chiesto: ha avuto molto, però. Il potente Abraham per 40 milioni, il portiere 33enne Rui Patricio per 11 e una proprietà che ha esteso ieri l’aumento di capitale da 210 a 460 milioni, esponendosi a un esborso mostruoso. José ha dato altrettanto? Qualunque giudizio sarebbe prematuro. Ma contro Napoli, Cagliari e Milan Mourinho ha una missione: scacciare l’ombra del fallimento dall’orizzonte suo e della Roma. Per non alimentare la smania di chi non vede l’ora, e da anni, di celebrare il suo funerale sportivo.

Fonte Repubblica.it

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