Shevchenko l’italiano, un pallone d’oro per il Genoa malato

“Belìn che bumbarda!” (accipicchia che colpo!, libera traduzione dal ligure) avranno detto nei caruggi di Genova quand’hanno saputo di Andriy Shevchenko nuovo allenatore rossoblù. Un Pallone d’oro contro i pallori di una squadra un po’ così. Mai al Ferraris si era visto un campione più carico di gloria. Mai ne era stato assunto uno senza neppure un minuto di esperienza sulla panca di un club, anche se Sheva con l’Ucraina ha fatto benissimo: quarti di finale all’ultimo Europeo, prima di trovare l’Inghilterra e prima che gli inglesi trovassero noi.

In attesa che il povero Davide Ballardini venisse, per così dire, “esonerato alla carriera” (vanta un primato irraggiungibile: 14 stagioni in A senza averne mai completata una, o perché assunto in corsa o perché in corsa cacciato), i nuovi proprietari americani di 777 Partners (ma il presidente è ancora Enrico Preziosi: imminente il closing) avevano pensato a Pirlo. Perché l’idea era comunque fare un po’ di “sciato”, un po’ di clamore. Poi hanno scelto Shevchenko, che domani sarà a Genova e il 21 novembre esordirà a Marassi contro Mourinho

Questa è l’evoluzione di un uomo tranquillo, di un ragazzo perbene e di un bambino testardo, che a dieci anni venne scartato in un provino a Kiev perché non sapeva dribblare. Nato a meno di duecento chilometri da Chernobyl nel momento sbagliato, dopo il disastro nucleare dovette fuggire con la famiglia sulla costa del Mar Nero. Molti suoi amici morirono. Andriy diventò comunque un atleta perfetto (faceva anche tennis, nuoto, hockey, sci) e imparò a dribblare. Dopo avere vinto le scarpette di gioco di Ian Rush in un torneo Under 14, il piccolo Sheva si affidò al padre putativo Lobanovsky («Lui era dieci avanti a tutti»), il terribile colonnello dell’esercito che sotto sotto era invece una pasta d’uomo, e trasformò il ragazzino in uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi.

La storia milanista di questo drago d’area la conoscono tutti, ma per capire bastano due numeri (175 gol in 322 partite) e uno sguardo, quello che trafisse Buffon all’ultimo rigore della finale di Champions 2003. Molto amato da Berlusconi che fece da padrino a uno dei suoi quattro maschi, Jordan, e si occupò del trapianto di cuore del padre, Sheva non ha mai fatto una polemica in vita sua. Al Genoa, così come nella nazionale ucraina, si porta Mauro Tassotti (il vice) e Andrea Maldera (analizzerà le partite). Perché Andryi è italiano dentro, e parla la nostra lingua molto meglio dell’ucraino che quasi non conosce: ogni tanto, in patria qualcuno storceva il naso sentendo Sheva rispondere in russo, oppure in inglese o in italiano. Il suo calcio vede il calciatore al centro di tutto. «È attacco, spettacolo, musica, arte», come disse al nostro Enrico Currò prima dell’Europeo, ma non una lega di pochi contro i molti. Un ideale democratico per un campione che adesso cerca su una panchina italiana il riflesso di un’altra grandezza, ma sempre sua.

Fonte Repubblica.it

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