Serie A povera ma bella, ‘imprudente’ e spettacolare: e i nuovi campioni sono gli allenatori

Ridimensionato, impoverito, superato. Del povero campionato italiano – povero in senso proprio, visti i debiti dei club e la necessità di vendere per far cassa – quest’estate s’è detto di tutto. E molto lo si è detto a ragione, partendo da un dato oggettivo: la cifra tecnica complessiva della Serie A nella scorsa sessione di mercato è diminuita non di poco. Dalla finestra estiva degli scambi sono scappati Romelu Lukaku, votato dalla Lega come miglior giocatore della stagione 2020/21, Cristiano Ronaldo, miglior attaccante e capocannoniere del torneo, Cristian Romero, miglior difensore, e Gigio Donnarumma, miglior portiere nonché miglior giocatore assoluto di Euro 2020. In pratica, dei calciatori premiati al gran galà del calcio italiano lo scorso maggio l’unico rimasto in Serie A è Nicolò Barella, miglior centrocampista della passata stagione, corteggiato da mezza Premier League. Tutti gli altri hanno salutato, portandosi via un bagaglio importante di gol, assist, passaggi chiave, palloni recuperati e parate decisive.

Come bello il campionato da Trieste in giù

A leggere il calcio come fosse un listino di borsa, basandosi cioè sul variare dei numeri e valori economici, alla vigilia si poteva immaginare un campionato più brutto e meno attraente rispetto allo scorso. Invece, alla prova del campo, la Serie A sta ci sta stupendo. Se da un lato è vero che il confronto tecnico fra le migliori squadre italiane e le big d’Europa è spesso impietoso – la Champions è lì a dimostrarlo – è vero anche che accendere la tv o andare allo stadio è spesso molto bello, da Trieste in giù. Due esempi: Roma-Sassuolo dello scorso 12 settembre, finita 2-1 per i padroni di casa dopo una serie concitata di capovolgimenti di fronte da partita di basket, e Atalanta-Milan di ieri, vinta dagli ospiti per 2-3 al termine di un’ora e mezza abbondante di uno contro uno a tutto campo, gioco ampio e ripartenze veloci. È abbastanza per dire che la Serie A ha conservato la propria forza nonostante la brutale cura dimagrate fatta in estate? No, non basta. E lo dimostra il fatto che Milan e Inter, le più alte in classifica fra quelle che partecipano alla Champions, in Europa abbiano finora raccolto un misero punto in due.

Un calcio italiano poco italiano (come dimostra Italiano)

Il paradosso di questo campionato italiano bellino da vedere, ma fragile nel confronto con l’estero, è che di italiano ha ben poco. Spieghiamo: abbiamo sempre definito “europeo” il calcio della corsa, della velocità di pensiero e della tecnica, in contrapposizione a un pallone “italiano” fatto di tattica, occupazione degli spazi e contropiede. Oggi in Serie A l’unica squadra di vertice esplicitamente e orgogliosamente fondata sulla difesa è la Juventus, che in Europa sta facendo meglio di tutte (ha vinto con Malmo e Chelsea) e che in campionato dopo una partenza da incubo ha messo in fila tre vittorie. Per il resto, sembra che l’alta classifica giochi per divertirsi e divertire, all’europea, dimentica del motto di Bearzot “primo, non prenderle”. Lo fa l’Inter, macchina da gol con qualche falla in difesa. Lo fa il Napoli, che veleggia a punteggio pieno e che fra tutte sembra la più equilibrata, capace di coprire con l’organizzazione dei reparti ogni centimetro di campo anche in difesa. Di Milan e Roma si è detto, e poi c’è la Fiorentina di Italiano, giochista come pochi, uno che non rinuncia a palleggio e pressing alto nemmeno quando è in vantaggio e potrebbe chiuderla lì.

Il protagonismo degli allenatori

Il cambio di pelle della Serie A, sempre più imprudente e spettacolare, si spiega anche con il protagonismo degli allenatori rispetto agli stessi giocatori. O per dirla in altro modo, con il primato del gioco sul campione, che in molti casi in rosa manca, o perché non c’è mai stato o perché ad esempio ha scelto di partire per Parigi per prendere due pappine dal Rennes (questa la sintesi della domenica di Gigio Donnarumma). L’emorragia di campioni, o quantomeno di giocatori molto forti, è stata in parte compensata dal ritorno in Serie A di grandi allenatori. A Roma, sulle due sponde del Tevere, sono approdati Mourinho e Sarri, che ha preso il posto di Inzaghi passato all’Inter. Alla Juventus è tornato Allegri, dopo due stagioni di stop. E dalla sua campagna ha fatto rientro anche Spalletti, condottiero del Napoli. Allegri a parte, fra gli altri è una gara a imporre il proprio gioco, come a voler mostrare che la regia nel calcio conta più degli attori. Se questa visione delle cose pagherà in termini di punti e trofei, lo scopriremo a fine stagione. Intanto, da spettatori, godiamoci lo spettacolo. 

Fonte Repubblica.it

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