Serie A, il Milan può sorridere più degli altri. Fatica la rivoluzione delle romane

In attesa che il Napoli provi a sfruttare la sua chance di fuga stasera a Udine, Milano torna affiancata in testa alla classifica attraverso percorsi diversi. Dopo il tiro a segno di sabato dell’Inter, che nell’occasione ha scoperto in Dumfries e Dimarco una coppia di laterali capace di imperversare, il Milan ha passato con un’ampia sufficienza quello che, a prescindere dall’attuale classifica, dopo il decennio che c’è stato rimane il crash test per qualsiasi pretendente allo scudetto: la trasferta a casa Juventus. Pioli aveva a disposizione due risultati su tre per sorridere: dopo aver tremato nel primo tempo, perché la rete iniziale di Morata è rimasta figlia unica un po’ per caso, la ripresa del Milan — guidato da un Tonali sempre più protagonista e dal miglior Rebic visto in Italia — è stata un progressivo accerchiamento di una rivale ormai in panne. Giusto il pareggio, e la recriminazione ammissibile è rossonera vista la grande parata di Szczesny (un punto restituito dopo gli almeno tre perduti) su Kalulu. Così, se il Milan ha ribadito un’altra volta la liceità delle sue ambizioni, la Juventus non ha fermato l’emorragia. Ha provato pescando nel suo passato motivazioni, stile di gioco e una formazione che per otto undicesimi apparteneva al vecchio Allegri, quello dei cinque scudetti consecutivi. Una scelta che l’eccellente primo tempo di Paulo Dybala, necessario deus ex machina del dopo-Ronaldo, sembrava produttiva, ma che la claudicante ripresa ha rimesso in forte discussione. Pressato dalla necessità assoluta di vincere, Allegri ieri ha accantonato tutto ciò che di buono il mercato ha portato alla Juve nelle ultime due stagioni: De Ligt e Chiesa soprattutto, sull’amletico Kulusevski probabilmente ha ragione lui. Ma il futuro della Juve è in quei nomi, oltre che in Dybala. Con tutto il rispetto per Morata, gelido nella lunga fuga del gol ed efficace per 45 minuti pieni, la Juve che verrà gira attorno alla connessione fra l’argentino e l’azzurro.

La vittoria del Verona sulla Roma, ottenuta grazie alla spinta fisica impressa dai gialloblù nella ripresa, segnala come in un gruppo allargato di squadre della nostra Serie A le differenze, in determinate condizioni (Roma reduce dal turno europeo), non siano poi così profonde. Già contro il Sassuolo, a dispetto della vittoria in extremis, Mourinho aveva rischiato di finire gambe all’aria davanti alla sulfurea qualità di Boga: quella volta erano state le parate di Rui Patricio a tenere in piedi la baracca, ieri Caprari è penetrato in area dallo stesso versante innescando il pari e firmando il primo vantaggio. Il segmento di catena difensiva saltato è quello Karsdorp-Mancini, lodati più volte per la capacità di aggiungersi alla fase offensiva, a dimostrazione che la coperta è corta, e quindi occorre filare un po’ di lana tattica in più. Mourinho ha avuto fin qui un portentoso effetto ispiratore su Pellegrini, in gol ieri con un autentico cioccolatino e presente in partita dall’inizio alla fine: ma il suo magistero non basta a coprire tutte le caselle della scacchiera, e in quella individuata prima da Boga e poi da Caprari occorre allestire qualche copertura in più. Specie in situazioni di debito energetico rispetto ai rivali.

Era in debito di forze anche l’Atalanta, che infatti ha vinto a Salerno non grazie alla sua macchina da gioco ma a un numero individuale di Ilicic messo a frutto da Zapata. La Lazio ha mancato un salto in alto che era nelle cose fermandosi al pari contro il bel Cagliari del revenant Mazzarri. Il motivo non è diverso da quello che ha impiombato il decollo della Roma, a conferma che per un tecnico arrivato da poco la fase difensiva sia la madre di ogni problema: agli splendidi gol di Immobile e Cataldi ha fatto riscontro il flop di Luiz Felipe e la protezione sempre più light di Lucas Leiva. Dentro a un percorso che è un singolare continuum — stasera Udinese-Napoli chiude la quarta giornata, domani tre partite inaugurano la quinta — un pensierino di passaggio. In più di uno stadio la capienza ridotta al 50 per cento sembra essere stata risolta con la chiusura di alcuni settori e il riempimento pressoché totale degli altri, con gli intuibili assembramenti. Beh, la finalità del provvedimento era un’altra.

Fonte Repubblica.it

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