Schnellinger ricorda Müller: “Con Gerd un Mondiale storico, in area fiutava i gol”

“Siamo stati tutti e due protagonisti, Müller e io, di una giornata storica del calcio, visto che ancora se ne parla a quasi cinquant’anni di distanza. Ma questo è un aspetto diverso da quello umano: il dispiacere per la scomparsa di Gerd è un fatto privato e lo voglio tenere per me”. Alla “partita del secolo” Italia-Germania Ovest 4-3 del 17 giugno 1970, come da lapide allo stadio Azteca di Città del Messico, il goleador occasionale Karl-Heinz Schnellinger, all’epoca difensore del Milan di Rivera, fornì un contributo fondamentale quanto quello del “bomber della Nazione tedesca” Gerd Müller, la cui doppietta – il 2-1 rapace infilandosi tra Poletti e Albertosi e il 3-3 di testa in semituffo a beffare Rivera sulla linea di porta – scrisse la famosa trama del thrilling ai supplementari.

Ma senza la spaccata di Schnellinger in inusuale avanscoperta alla fine dei tempi regolamentari, l’1-1 del suo unico gol con la Germania, non ci sarebbe stata la leggenda successiva, forse neppure il Pallone d’oro che il numero 13 avrebbe meritato soprattutto grazie al titolo di capocannoniere del Mondiale messicano: 10 gol e lo scettro negato a Pelé, perché all’epoca il premio al migliore calciatore dell’anno era riservato ai calciatori europei: “Vissi con Gerd un Mondiale emozionante, del quale il suo Pallone d’oro fu una logica conseguenza, perché segnava proprio sempre. A lui mi legano tanti ricordi con la maglia della Nazionale, anche se aveva sei anni in meno e arrivò dopo di me”. Müller mise la firma anche sull’ultima partita di Schnellinger con la Mannschaft, nel 1971 in Albania per le qualificazioni all’Europeo che la Germania avrebbe conquistato l’anno successivo in finale con l’Unione Sovietica (3-0 e doppietta di Müller, tanto per gradire).

Il marchio sul Mondiale 1974, la girata del 2-1 all’Olanda di Cruyff dentro lo stadio del Bayern di Monaco, diventò l’epilogo di una storia formidabile: 68 gol in 62 presenze, media inarrivabile: “Che sia stato un attaccante unico lo dicono i numeri, ma chi come me ci ha giocato insieme ha visto da vicino un vero cane da tartufo, dove il tartufo è il gol: è un fiuto di pochi, era la capacità di vedere prima le cose, di trovarsi sempre al momento giusto, di sentire l’attimo. L’area di rigore era il regno di Gerd, un bravissimo ragazzo molto concentrato quando giocava: con un solo obiettivo in testa, battere il portiere”. Fuori dal campo smarrì la strada, scivolando nella depressione e nell’alcolismo: fu il Bayern, la sua casa da quando nel 1964 fece ricredere il suo primo allenatore ?ajkovski scettico perché lo vedeva “troppo basso e tozzo”, a recuperarlo e a inserirlo nello staff grazie anche alla volontà e all’impegno dei suoi vecchi compagni. Poi l’Alzheimer ha consumato gli ultimi anni di vita di Müller, spiega Schnellinger: “I rapporti si erano diradati per la distanza, io in Italia e lui in Germania. Ma Gerd stava male da parecchio tempo e non sono più riuscito a parlargli. Ora conservo tutti i ricordi comuni: molto belli, non solo la partita dell’Azteca”.

Fonte Repubblica.it

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