Ronaldo ancora Mondiale, in Qatar per chiudere il conto

Ronaldo ancora Mondiale, in Qatar per chiudere il conto

Ronaldo farà il suo quinto Mondiale, come accadrà a Messi e come è accaduto a soli quattro altri giocatori prima di loro: due portieri, il messicano Carbajal e Gigi Buffon (che però nel 1998 partecipò senza scendere mai in campo), e due bandiere, il tedescone Matthaeus e l’altro messicano Rafa Marquez. A Cristiano basterà? Magari no: “Quando sarà ora di smettere lo deciderò io”. Nella sua bulimia di record, punterà senz’altro alla sesta Coppa del Mondo. E nel frattempo in Qatar andrà per vincere il titolo, come ha ribadito il ct Fernando Santos a qualificazione appena raggiunta: “Ho già conquistato due trofei (Euro 2016 e Nations League 2019, ndr) e sogno tanto di prendermi il terzo”.

Cristiano felice anche solo con l’assist

Ai portoghesi la Macedonia non è andata di traverso. Hanno vinto 2-0 con un gol per tempo di Bruno Fernandes, uno che noi abbiamo potuto seguire per anni tra Novara, Udinese e Sampdoria senza davvero capirne le capacità. Ronaldo in questi play-off non ha segnato, ma quando gioca in Nazionale è meno ossessionato da sé stesso. Addirittura, capita che esulti sfrenatamente quando segna un compagno, come è successo in occasione dell’1-0 (propiziato da un suo assist), perché con la maglia del Portogallo addosso cede finalmente qualcosa di sé, lo mette e disposizione di tutti, lo condivide: la Nazionale è l’unica squadra per la quale fa veramente il tifo e in Nazionale gioca con altro spirito, persino con delle tracce di umiltà.

Una storia cominciata nel 2003

All’inizio non era così. Da giovane (esordì nel 2003) cominciò presto a sgomitare per imporsi alla generazione dorata che lo aveva preceduto (Figo, Rui Costa, Deco, Couto). Quando divenne unico leader (fu nominato capitano nel 2008), maturò insofferenza verso compagni di rado alla sua altezza: giocava sbuffando per la modestia di certe sue spalle d’attacco, tipo Postiga o Almeida, che lui ostentatamente incolpava, con gestualità spesso fastidiosa, per i risultati che non arrivavano. Entrò in conflitto con un ct di personalità come Queiroz, ma è con l’arrivo di Fernando Santos, questo signore di quasi settant’anni con l’aria del padre saggio e una laurea in ingegneria appesa al muro, che il suo rapporto con il Portogallo è cambiato, mentre gli cresceva attorno l’ondata dei nuovi talenti, da Bernardo Silva in poi.

Fernando Santos, una figura paterna

Santos ha con Cristiano un rapporto quasi paterno. È riuscito, lui solo, a convincerlo a fare il centravanti quasi puro in una squadra che di centravanti veri e forti non ne ha mai avuti, se non in questi ultimissimi anni in cui si sono imposti Diogo Jota e André Silva. Da leader troppo superiore per avere un qualsiasi tipo di connessione con la truppa, CR7 si è piano piano trasformato in trascinatore e punto di riferimento, persino modello. Santos lo ha convinto senza imporsi, con familiare dolcezza, facendo finta di assecondarlo per cambiarlo e responsabilizzarlo un poco per volta. L’entusiasmo che Ronaldo ci mette quando gioca con il Portogallo non è minimamente rintracciabile quando lavora nel club, in particolare dopo aver lasciato in Real Madrid.

L’Euro vinto da capitano non giocatore

La sublimazione di questo sentimento la si è vista nel 2016, quando il Portogallo vinse l’Euro senza che Ronaldo ne fosse protagonista. Nella fase iniziale dovette anzi ringraziare i compagni, che rimediarono al rigore da lui sbagliato contro l’Austria che stava per costare l’eliminazione. Il segno lo lasciò nella semifinale con il Galles, risolta con un sensazionale colpo di testa, ma nella finale di Saint-Dénis contro la Francia stramazzò a terra dopo pochi minuti, infortunato al ginocchio. Ma lì comparve un Cristiano mai visto: si asciugò le lacrime copiosamente versate in diretta e si vestì da capitano non giocatore, passando la partita in piedi davanti alla panchina, zoppicante ma urlante per trascinare i suoi. E nei supplementari sussurrò al suo rimpiazzo, il carneade Eder, uno ancora più scarso di Postiga e Almeida, che avrebbe segnato il gol decisivo, come effettivamente fu, come se Ronaldo fosse riuscito a incarnarsi nel giocatore più debole della squadra intera. Ancora oggi, Cristiano ricorda quell’Europeo come il successo più emozionante della sua carriera, anche se ha vinto tutto e di tutto, il più delle volte mettendosi in copertina.

Una finale per finire

Dal 2004, cioè dall’Europeo casalingo chiuso al secondo posto dietro l’incredibile Grecia, Ronaldo non ha più toppato una manifestazione internazionale, partecipando a cinque Europei e quattro Mondiali. È stato quarto della Coppa del Mondo del 2006 e semifinalista all’Europeo 2012, ha vinto la Nations League del 2019, ma una finale mondiale la desidera, quasi la pretende. E se non gli riuscirà quest’inverno ci riproverà nel 2026, garantito.

Fonte Repubblica.it

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