Roma, perché Mourinho è andato in Vaticano

Roma, perché Mourinho è andato in Vaticano

ROMA – Chi lo conosce di più raccontava, da mesi, come il Vaticano fosse la preferita delle tappe turistiche di José Mourinho a Roma. Si è fatto ritrarre davanti al “Cupolone” col suo staff, all’inizio dell’avventura, ci è tornato col figlio José Mario, più volte è stato avvistato in zona. Ma nemmeno il più attento degli osservatori, avrebbe potuto cogliere quanto ha rivelato lui stesso al cardinale José Tolentino de Mendonça, e raccontato poi sull’Osservatore Romano.

Mourinho e le notti in Vaticano

Nelle notti romane, capita che un uomo speciale, come lui stesso si definì anni fa, giri per Piazza San Pietro, ad ammirarne lo spettacolo architettonico e a riempirsi lo spirito del suo valore mistico: “Ci vado spesso, da solo: la mascherina aiuta, l’oscurità della notte anche…”, ha raccontato Mourinho, nella sua conversazione col cardinale Tolentino. “Quando smetterò di allenare – ha aggiunto – mi mancherà camminare verso la partita e parlare con Dio. Parlo con Lui e finisco sempre per dire: la mia famiglia è più importante di tutto questo. Dammi un aiuto se hai tempo. ma se la scelta dovesse essere tra una partita e il benessere delle persone che amo, non ci pensare due volte… Il calcio non è, come la gente pensa, la mia vita, è soltanto una parte importante della mia vita, ma c’è un’altra parte che è molto più importante del calcio. Con la massima umiltà, ma al tempo stesso volendo mantenere una relazione intima con Lui, mi piace mantenere una relazione quasi di amicizia, in cui ci si dà quasi del Tu”.

Mourinho, vincere per giocatori e tifosi

Eppure, a Roma un desiderio sembra dichiarare di averlo, José: quando parla dei suoi obiettivi per il futuro, rispetto al passato, è impossibile non cogliere un riferimento diretto in ciò che sta vivendo nella capitale. “Per molti anni ho voluto vincere per me stesso, mentre adesso sono in un momento in cui continuo a voler vincere con la stessa intensità di prima o addirittura maggiore, ma non più per me, ma per i giocatori che non hanno mai vinto, voglio aiutarli… Penso molto di più al tifoso comune che sorride perché la sua squadra ha vinto, alla sua settimana che sarà migliore perché la sua squadra ha vinto. Continuo a essere un “animale da competizione”, per così dire, continuo a voler vincere come o più di prima, ma prima mi concentravo su me stesso…”.

Mourinho e il talento sprecato

Ma ha anche un messaggio, Mourinho. Un messaggio che, forse, anche a qualcuno dei ragazzi che ha con sé a Roma potrebbe suscitare una reazione: “Cerco di aiutare gli altri e me stesso a essere migliore. Una cosa difficile per me da accettare è lo spreco del talento, è una cosa che ancora oggi dopo 30 anni di calcio, è difficile per me da accettare. A volte, però, lo spreco di talento è legato al percorso di vita che alcuni giocatori hanno avuto, e in questo senso dobbiamo cercare di essere pedagoghi fino in fondo. Lo sport di alto rendimento, in particolare il calcio, che è lo sport più industrializzato a tutti i livelli, ha qualcosa di crudele”.

Roma, perché Mourinho è andato in VaticanoFonte Repubblica.it

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