Rifondazione Flick: la nuova Germania arriva in anticipo

È il minuto 79 di una serata di calcio livido e affannoso quando Ilkay Gündogan scappa all’ultimo difensore dirigendosi con decisione verso il portiere macedone Dimitrievski. Il punteggio è fermo sull’1-1, nei giorni precedenti la Germania ha battuto Islanda e Romania, la resistenza opposta fin lì dalla Macedonia del Nord è stata una bella storia ma ormai è tempo di chiuderla. Gündogan va di fretta, ma siccome sente dietro di sé la rincorsa ansimante di Velkovski, deve valutarla non abbastanza distante e, una volta entrato in area, tocca lateralmente il pallone verso la sagoma in maglia bianca che ha fatto corsa parallela alla sua. Timo Werner, 28 gol nel Lipsia la stagione precedente, e prima ancora 16, 13 e 21. Un revolver al quale basta schiacciare il grilletto, e pazienza se al Chelsea — che ha appena speso 53 milioni per portarlo a Stamford Bridge — sta funzionando a singhiozzo, soltanto 6 reti al primo anno di Premier. Col portiere spostato verso Gündogan la porta è praticamente vuota, e spalancata a otto metri di distanza. Meno di un rigore. Werner, che è un destro naturale, non pensa di cambiare passo per arrivarci col piede prediletto. Ci va di sinistro, è troppo facile.
Nel filmato del sito Uefa si sentono i rumori di campo, esaltati dal vuoto delle tribune, ma quell’impatto non è avvertibile perché il sinistro di Timo manca di netto il pallone, che va così a rimbalzargli sul destro e di lì, fuori controllo, sfila verso la linea di fondo. Un errore incredibile. Werner si piega sulle ginocchia, la testa fra le mani. Sei minuti dopo Elmas completerà il disastro segnando il gol del 2-1, e condannando Joachim Löw a perdere (in casa) l’ultima gara ufficiale prima degli Europei. Era il 31 marzo. Il ct campione del mondo 2014 aveva già annunciato il suo addio dopo l’ultimo torneo. La sconfitta con i macedoni servirà soltanto ad avvelenare ulteriormente un ambiente già devastato: capolinea a Wembley, negli ottavi contro l’Inghilterra.

Sei mesi dopo, lunedì scorso, la Germania ha vinto 4-0 in Macedonia, vidimando per prima la qualificazione al Mondiale del prossimo anno. Timo Werner ha segnato due gol, entrambi di destro, e il secondo soprattutto è stato un gioiello: non sappiamo come si dica in tedesco “tiro a giro”, ma ci siamo capiti. Può non significare nulla, perché in fondo la nuova Germania non ha ancora affrontato nessuno: la migliore delle rivali battute è la Romania, 45ª nel ranking Fifa. Intanto però Hans-Dieter Flick, il nuovo Bundestrainer, ha vinto le sue prime cinque partite segnando 18 gol e subendone uno solo. Nel novembre 2019, subentrando a Niko Kovac sulla panchina del Bayern, Hansi fece così: quattro vittorie iniziali divise fra campionato e Champions, due sconfitte in Bundesliga contro Bayer e Mönchengladbach, e quindi filotto di 25 successi e un pari (col Lipsia di Nagelsmann, non a caso suo successore in Baviera) per centrare a fine 2020 il Grande Slam: sei trofei su sei.

Il gol col tiro a a giro di Timo Werner 


L’abbiamo chiamato Hansi, e non è stato un eccesso di confidenza. Non solo nostro, almeno. “Da quando c’è Hansi sviluppiamo un gioco più allegro e ci divertiamo a costruire gol di buona fattura” ha detto Leon Goretzka nella conferenza stampa pre-Islanda, terza gara del nuovo ciclo, e a nessuno è sfuggita la familiarità usata dal centrocampista del Bayern. Uscito da trionfatore dal club bavarese — nella seconda stagione ha comunque centrato il titolo malgrado i dissidi col direttore sportivo Salihamidzic — Flick si è portato dietro in nazionale il rapporto fortissimo con i suoi uomini, da Neuer a Thomas Müller, da Kimmich a Gnabry; ha insistito su Sané, che pure al Bayern non era riuscito a connettere del tutto — ma che Nagelsmann ha riacceso alla grande — e ha visto segnare a Jamal Musiala contro i macedoni il secondo gol più giovane (18 anni e 227 giorni) nella storia della Mannschaft. Il primo, di tale Marius Hiller, risale al 1910; gli statistici tedeschi ci hanno messo un po’, a risalire fino a lui.
La Germania di Flick è tornata ai moduli base del Bayern, 4-3-3 e 4-2-3-1, sempre orientati alla fase offensiva e con accresciuta pressione sul pallone, da recuperare il più possibile a ridosso dell’area avversaria. Löw s’era congedato con un cervellotico 3-4-2-1 che agli Europei aveva centrato una sola prestazione di alto livello, il 4-2 al Portogallo, e in generale il bilancio del suo lungo pontificato si presta a interpretazioni discordanti: ha sì vinto un Mondiale, che non è mai poco, ma amministrando una generazione che fra Bayern e Dortmund in 15 anni ha prodotto meraviglie. Se la fase ascendente della sua Germania è stata entusiasmante (finale europea 2008 e semifinale mondiale 2010, battuta due volte dalla Spagna; a Euro 2012 si infranse su Balotelli — pensa quanto le disse male — prima di vincere il Mondiale in Brasile), quella discendente è stata un pianto: semifinale a Euro 2016 (e l’Italia di Conte, tecnicamente la più povera di sempre, nei quarti l’aveva costretta ai rigori), fuori ai gironi al Mondiale 2018 e agli ottavi all’ultimo Europeo, canto del cigno per due colonne del decennio come Kroos e Hummels.

Il timing dell’addio di Löw, che se n’è andato prima che lo cacciassero, ha aperto a Flick — suo vice fino alla vittoria della Coppa nel 2014 — la via di fuga perfetta dal Bayern, dove l’avvicendamento dirigenziale tra Rummenigge e Kahn l’avrebbe privato della sponda nelle discussioni con Salihamidzic. Nei mesi di lockdown Hansi aveva chiesto Werner, ma il giocatore si era ormai promesso al Chelsea. Ora che può organizzare l’attacco su di lui, Flick si è ripromesso di restituire alla Germania quel grande centravanti che manca almeno dai tempi di Klose. Il Bayern ha vinto tutto più volte usando prima la Robbery — l’olandese Robben e il francese Ribery — e poi la strepitosa capacità realizzativa del polacco Lewandovski. Flick in estate è andato a Londra da Tuchel, il tecnico del Chelsea, per discutere delle prospettive di Timo alla luce dell’acquisto di Lukaku. Non sappiamo quel che si sono detti, ma intanto lui ha ripreso a metterla. A giro. Fonte Repubblica.it

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