Radu, la solitudine del numero dodici. Era lui l’asterisco nella classifica

Il portiere che non c’era, che non c’è mai stato e che non doveva esserci, ha ricevuto una chiamata dal destino e ha risposto pronto: alla chiamata, non al suo essere portiere. La storia di Ionut Andrei Radu, l’interista di scorta che forse ha tolto lo scudetto a Inzaghi (e forse dovrà giocare anche a Udine), lega i lembi del calcio antico e i confini di una postmodernità piena di contraddizioni e vuoti. È una trama a suo modo romantica, perché vi dominano le debolezze umane e l’imperscrutabile sorte, ma è anche gelida: non offre remissioni. Una colpa che non si può emendare, soltanto scontare. Fine pena, forse mai.

C’è dunque questo ragazzo nato nel 1997, rumeno, riserva a vita. Nell’Inter ha giocato quattro partite in due anni. È arrivato in Italia che ne aveva 15, uno in più della sua povera sorella quando lei morì. Conosce, Radu, il dolore vero e l’attesa di un’occasione: se non venisse, sarebbe meglio. Ma il padrone della porta nerazzurra, Samir Handanovic, ha un problema muscolare proprio quando non dovrebbe, prima cioè della “partita già vinta”, quel jolly scudetto che non si può non calare sul tavolo del campionato, a Bologna. Il resto è un errore talmente mastodontico da valicare le frontiere della realtà oggettiva: siamo, in pratica, in territorio metafisico. Dopo avere mancato pallone e occasione, Ionat Radu piange e qualche compagno lo consola (non il portiere titolare, cuore crudele) e qualcun altro si piazza davanti alla telecamera, perché le lacrime del ragazzo non diventino spettacolare arena: un gesto molto bello, di umana pietà anche se di piccole cose in fondo stiamo parlando, ma simboleggianti universi. I quei singhiozzi c’è anche un dato di fatto: il jolly dello scudetto è passato al Milan.

L'errore del portiere nel fermo immagine tratto da Sky L'errore del portiere nel fermo immagine tratto da Sky
L’errore del portiere nel fermo immagine tratto da Sky (ansa)

Tutto atroce, beffardo. Ancora di più, nel calcio del dodicesimo giocatore che dodicesimo non è: il secondo portiere adesso gioca molto più di un tempo, a meno che non si chiami Radu. “Mi fa pena, questo ragazzo va solo abbracciato e compreso”. Lo dice Massimo Piloni che fu eterna riserva di Zoff: “Dino voleva giocare sempre, una volta mi tolse pure la soddisfazione di un’amichevole ad Ancona. L’errore del ragazzo dipende dall’ossessione del giocare la palla con i piedi sempre, infatti oggi i portieri sono molto meno abili con le mani e il ruolo è peggiorato. Si prendono troppi rischi inutili. E buttatela via lontano, ‘sta palla, quando serve!”.

Nel calcio delle mappe di calore, dei flussi del gioco scansionati dal computer e delle autopsie statistiche, ecco che la squadra campione d’Italia gira con una ruota di scorta sgonfia e non la controlla mai. L’Inter è il paracadutista che non dà un’occhiata al paracadute di riserva. L’allenatore decide che Radu può giocare soltanto in Coppa Italia contro l’Empoli, quarti di finale, due gol presi, qualificazione sofferta ai supplementari. Zero presenze in campionato quest’anno prima di Bologna, in un torneo a lungo dominato dalla classifica con l’asterisco: ora sappiamo che quell’asterisco si chiamava Ionat Radu. E se è vero che papere gigantesche hanno appena realizzato anche Donnarumma, Meret e Buffon, per l’eterna riserva c’è l’aggravante: perché questa era una sfida senza ritorno e valeva tanto, valeva più di tutto.

Radu dopo l'errore a Bologna Radu dopo l'errore a Bologna
Radu dopo l’errore a Bologna 

Michelangelo Rampulla è stato a lungo un dodicesimo in una Juve che vinceva molto, e che però ogni tanto lo chiamava in campo. “Indispensabile, se no arrugginisci”. Rampulla fece persino un gol di testa, il primo in A segnato da un portiere, ma il suo destino è stato guardare gli altri: “Cercavo di restare vivo, di essere sempre pronto e presente. Ma se giochi una volta su cinquanta, come il povero Radu, questo è impossibile. L’errore però lo ha commesso anche il compagno che gli ha passato la palla con quell’assurda rimessa laterale a un metro dalla linea, e siccome nessun portiere è diventato Rivera o Roberto Baggio, sbagliare di piede è facilissimo. Il ruolo è in involuzione, spiace dirlo. Chiedono al portiere di far sempre girare il pallone, magari di prima, come se costui fosse Pirlo. Così si può fare a pezzi un giocatore. È tutto molto crudele”.

Quanto ha saputo aspettare, questo malefico e paziente destino: la partita era in programma il 6 gennaio e si è giocata solo il 27 aprile, perché intanto i nerazzurri volevano vincerla a tavolino. L’appuntamento sempre rinviato tra la partita e l’uomo invisibile, super eroe al contrario di un fallito incontro non con il pallone, ma con sé stesso.

Radu, la solitudine del numero dodici. Era lui l'asterisco nella classificaFonte Repubblica.it

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