Pregi e difetti di un instant team, l’Inter ricomincia da Lukaku con la paura di perdere Skriniar

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Pregi e difetti di un instant team, l'Inter ricomincia da Lukaku con la paura di perdere Skriniar

La crisi del gruppo Suning, i cui sviluppi sono difficili da decifrare in un contesto internazionale che oltre tutto sta riallontanando la Cina dall’Occidente, ha consegnato al management italiano il compito di amministrare l’Inter ottenendo un surplus stagionale di bilancio, ma senza per questo perdere competitività. È una situazione che non durerà in eterno – c’è un prestito da rimborsare entro maggio 2024 al fondo Oaktree – ma in attesa del rilancio di Zhang o del cambio di proprietà, Beppe Marotta e Piero Ausilio devono gestire quello che a tutti gli effetti è diventato un instant team: una squadra forte che ogni estate deve (o dovrebbe) rinunciare a qualcosa di sé per contenere i costi, intascare i denari necessari al bilancio, più un cip da mettere sul mercato per rinfrescare la rosa. Una missione nella quale non basta essere un buon manager, ma occorre un’anima da gambler. 

La cessione di Icardi al Psg per 70 milioni è stata in questo senso una vincita da casinò, perché l’Inter ha venduto a un prezzo coerente con il passato di Maurito, mentre il Psg ha comprato a un prezzo che l’argentino non ha mai più mostrato di valere. L’operazione Lukaku è andata addirittura oltre: Marotta l’anno scorso ha riassestato il bilancio dandolo al Chelsea per 113 milioni, e un mese fa l’ha riportato (in prestito) ad Appiano per meno di 10. Non fosse calcio, dove di acquisti deludenti presto rispediti al mittente se ne vedono tanti, verrebbe quasi da pensar male. In realtà la vera fortuna dell’Inter (e del giocatore) è stata il passaggio di proprietà del Chelsea: Roman Abramovich, e soprattutto la sua plenipotenziaria Marina Granovskaia, non avrebbero mai accettato un accordo così catastrofico, anche perché ne andava della loro immagine. Per Todd Boehly, il nuovo proprietario (americano), l’importante era sgomberare il campo da tutto ciò che ostruiva le strategie di Tuchel. Ovvero: costruire un buon rapporto con l’allenatore, costi quel che costi. E al Chelsea è costato una follia. 

L’anno scorso l’Inter, passando da Antonio Conte a Simone Inzaghi, era diventata meno diretta e cattiva ma più morbida, avvolgente, polifonica in un gioco d’attacco (84 gol, sesto in Europa) distribuito su numerose bocche da fuoco. Il ritorno di Lukaku, cult-player di Conte che Inzaghi ha richiesto con grande determinazione, rende la squadra sicuramente più forte – nel campionato italiano il belga è dominante per l’insieme di tecnica e fisico – ma instilla qualche dubbio a proposito del gioco: conviene svuotare nuovamente lo spazio davanti a Romelu per farlo correre palla al piede verso la porta, oppure trovare una soluzione mediana che tenga la squadra più alta avvicinando Lautaro alla zona di tiro? La possibilità di alternare Çalhanoglu a Mkhitaryan spinge alla seconda ipotesi, ma ci vorrebbe un Gosens più vitaminico di quello visto fin qui: non solo un terzino che immancabile arriva sul secondo palo – lo era all’Atalanta, all’Inter non si è ancora visto – ma anche un esterno capace di creare gioco dalla fascia come faceva Perisic l’anno scorso, certamente il suo migliore in maglia nerazzurra. Fuori tempo massimo, ma hanno cercato di trattenerlo: delle molte cose che fanno male all’Inter in questo periodo economicamente stentato, la perdita di un giocatore forte a fine contratto, dunque senza incassare niente, è meno dolorosa soltanto dell’assegno di accompagnamento per i giocatori inutili che non se ne vogliono andare (Vidal e Sanchez due casi di scuola: non ci sono solo capolavori, nell’agenda di mercato nerazzurra). 

Lukaku a prezzi stracciati – un anno e poi si vedrà, ma nella logica dell’instant team va benissimo così – , Mkhitaryan da svincolato, il talentuoso Asllani per coprire Brozovic (l’Inter ha perso lo scudetto nelle partite in cui mancò il croato), Onana per giocarsi la porta col declinante Handanovic: l’Inter ha arricchito il proprio organico, eppure i mugugni attorno al suo mercato si sprecano. Perché? La risposta di pancia chiama in causa Dybala e Bremer, due obiettivi dichiarati eppure perduti. Esistono spiegazioni più che razionali per quanto è successo: Dybala era il piano A di Marotta fino all’ingresso in scena di Lukaku. Da lì in poi, una volta data la priorità al belga, Paulo diventava alternativo a Lautaro (che ad Appiano si è praticamente incatenato), perché un Inzaghi a tre punte non si è mai visto, se non in certi finali garibaldini. Bremer era stato bloccato per tempo in attesa di una cessione eccellente in difesa, e sarebbe certamente stato un valido rimpiazzo per Skriniar (meno per Bastoni) se il Psg fosse arrivato a luglio ai milioni richiesti dall’Inter. Non è successo, e Marotta non è stato autorizzato da Zhang a portare a casa il brasiliano a prescindere, come in un’altra situazione economica sarebbe stato normale. Una mossa che espone l’Inter nei prossimi venti giorni al pericolo di perdere lo stopper slovacco senza una soluzione preconfezionata: forse arriverebbe Akanji, forse Acerbi, intanto Bremer è andato alla Juventus. 

La differenza fra il Lukaku dell’anno scorso e lo Skriniar di questi giorni è che il secondo non dà alcun segno di impazienza, anzi, mentre il belga raccontava con occhi accesi il suo desiderio di “conquistare” il Chelsea dopo esserne stato rimbalzato. Esistono nelle squadre alcune “correnti di ruolo” che attraversano i decenni riproponendo a intervalli più o meno regolari lo stesso giocatore: da Riccardo Ferri (bentornato al club) a Marco Materazzi, da Walter Samuel a Milan Skriniar appunto, lo stopper “fisico” incarna da sempre i valori dell’Inter diventando un beniamino della folla. Se il rilancio parigino un po’ atteso e un po’ temuto arriverà sul serio, per la gente nerazzurra sarà un momento di profonda malinconia. Se non arriverà, considereremo l’Inter sullo stesso piano del Milan nel derby per la seconda stella: un duello fra una ciurma che vive moment-by-moment senza chiedersi del proprio domani, e un equipaggio del futuro tornato nel presente deciso a non mollare nulla. 

Fonte Repubblica.it

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