Più forte di infortuni ed errori. Il nuovo Milan non soffre di vertigini

TORINO – Mai banale praticamente in tutte le stagioni calcistiche da quarant’anni a questa parte, per il Milan il duello in casa della Juventus non lo è stato nemmeno stavolta. Anzi, si è rivelato ancora più importante del solito, perché ha confermato come il ritrovato grado di competitività vada esteso dalla serie A alla Champions. Alla consueta funzione di parametro quasi infallibile, per misurare il valore tecnico della squadra, la sfida con la Juventus ne aggiungeva infatti un’altra, in questo momento la più preziosa per i tifosi rossoneri: il confronto con l’avversaria più abituata, tra le italiane, alle sfide internazionali diventava appunto unità di misura delle reali ambizioni nella coppa ritrovata. E si manifestava come utile prova circa la capacità dei discepoli di Pioli di sopportare la pressione di un ambiente avverso, dopo il traumatico quarto d’ora iniziale col Liverpool ad Anfield.

Niente panico

Non è dato sapere se il miedo escenico, il panico che attanagliava gli avversari del Real Madrid al Bernabeu secondo la celebre definizione di Garcia Marquez, sia stato alla base del primo quarto d’ora in cui il Milan si è fatto sballottare a Liverpool. La metafora è sembrata lecita dopo l’avvio abbastanza traumatico allo Stadium, che celebrava il suo decimo anniversario (fu inaugurato nel settembre 2011) sia pure nell’attuale veste dimezzata dalle norme anti Covid. Ma il successivo svolgimento della serata torinese si è incaricato di fugare i timori: il Milan non ha tremato, non si è arreso prima del tempo, non ha smesso di adottare la sua tattica offensivista. E la circostanza è tanto più confortante, per i milanisti, se si considera la situazione d’emergenza: senza Ibrahimovic, Giroud, Calabria e le riserve Bakayoko, Krunic, poi quasi subito senza Kjaer, Pioli non ha sacrificato le sue convinzioni: ha adattato gli interpreti al canovaccio e non c’è migliore evidenza dei due terzini destri sfoggiati per l’occasione (Tomori e Kalulu, ma ci sarebbe stato anche Florenzi e in ogni caso c’era Conti in panchina) per testimoniare che la rosa è sempre più completa. 

Il mito del pubblico

La verifica più importante per gli scettici era certamente  ambientale. La scuola di pensiero più severa non ha mai smesso di collegare il secondo posto dello scorso campionato all’assenza di pubblico, che avrebbe favorito i molti giovani della rosa milanista, attenuando grazie appunto agli stadi vuoti le abituali pressioni e concorrendo alle sedici vittorie in trasferta, record difficile da uguagliare. In realtà questa spiegazione, di per sé sbrigativa, è stata di nuovo confutata. Sarà difficile ripetere il rendimento in trasferta dello scorso campionato, ma in casa il Milan potrà fare certamente molto meglio. Le prove della verità, Pioli lo ha sottolineato, sono subito due: mercoledì il Venezia a San Siro, sabato la trasferta di La Spezia, alla quale è legato il ricordo di una delle due sole sconfitte fuori casa (l’altra fu con la Lazio).

L’emergenza diventa occasione

La cosa più nuova del Pioli ter è comunque soprattutto un’altra: la scelta della formazione più adatta, plasmata in base alle assenze ma soprattutto allo stato di forma, senza spaventarsi di nulla, anzi trasformando l’emergenza in occasione di crescita. Mancano Ibra e Giroud? Gioca Rebic e decide le partite. Bennacer non è in forma e Kessié paga le troppe partite delle ultime due stagioni? C’è Tonali, nuovo regista in fieri. Calabria si è fatto male, Florenzi non ha la tenuta per una partita intera e Kjaer esce dopo mezz’ora? Spunta Tomori terzino, poi centrale, e soprattutto rispunta Kalulu, che sfiora la vittoria. Le parole di Maldini diventano profetiche: “Ci sentiamo più forti dell’anno scorso”. La Champions, con la partita del 28 settembre a San Siro con l’Atletico Madrid, è l’occasione giusta per ribadirlo.  

Fonte Repubblica.it

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