Piqué, al Camp Nou l’addio al Barcellona tra le lacrime del difensore che sogna di diventare presidente dei blaugrana

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BARCELLONA — L’ultima scena è Gerard Piquè non marcatore, ma marcato: è il 38′ del secondo tempo di un qualsiasi Barça-Almeria, il Camp Nou si alza in piedi per salutarne l’uscita dal campo e quindi dal calcio giocato, ma c’è uno che schizza in orizzontale. Un punk, magro, giubbotto nero, cresta verde, che si butta in campo per toccarlo, per trattenere qualcosa di lui negli occhi e nelle mani. Ci riesce, poi viene ovviamente placcato, anzi si lascia proprio placcare. La sua missione è compiuta. E anche quella di Piqué, che esce per Christensen (suo designato erede che però di polenta, e anche di fideuà, deve ancora mangiarne), piangendo e applaudendo di continuo i suoi applauditori. Esattamente come per 614 partite ha fatto, mettendo nel gioco la passione che riceveva dai tifosi.

Le lacrime di Gerard Piqué durante l'addio al Camp Nou Le lacrime di Gerard Piqué durante l'addio al Camp Nou
Le lacrime di Gerard Piqué durante l’addio al Camp Nou (ansa)

Ora basta, stop, e all’improvviso, con un annuncio dato a metà settimana che ha reso questo match il più seguito di tutta la stagione, 92.605 spettatori, anche più di quelli contro l’Inter, guarda caso proprio la partita dove Piqué ha lisciato un clamoroso pallone lasciando via libera per il gol di Barella. Ed è probabile che molti dei presenti quella sera dentro di sé abbiano pensato qualcosa tipo “ma perché non ti ritiri? Anzi, perché non ti sei ritirato già da un po’?”. Ma ovviamente nessuno spettatore di quella partita che fosse anche a questa lo ammetterebbe mai. Specie in una serata tutta parole di zucchero bagnate da tante lacrime, non solo del diretto interessato. Il quale, oltre a essere stato uno dei più grandi difensori al mondo degli ultimi vent’anni, è anche uomo molto intelligente, e ha capito che certe cose meglio troncarle di netto all’improvviso che lasciarle declinare pian piano. Alla Neil Young, meglio bruciare che svanire lentamente. O alla Platini, ti ritiri lasciando ancora dei buoni ricordi.

Piqué si rifiuta di battere il rigore contro l’Almeria

Così intelligente, Piquè, da evitare quello che a molti sarebbe parso il logico finale di tutto, ma in realtà solo una forzatura: battere il rigore che al 5′ l’arbitro dà al Barcellona. Il rigorista è Lewandowski, che lascerebbe pure l’onore al difensore. Che invece non ci pensa neppure: se il gol deve arrivare deve essere con una incursione delle sue. E Lewandowski lo sbaglia dopo un grottesco balletto. Piqué di gol era sazio, forse, avendone ha segnati 52, che in 614 partite fanno una media da buon centrocampista, mentre lui è sempre stato un difensore centrale. Gol che hanno contribuito a un bottino fatto di 30 titoli tra campionati e coppe nazionali e mondiali, roba da leggenda. Anche se il gol più atroce è quello di una vittoria inutile, l’1-0 con cui nel 2010 il Barcellona piegò l’Inter, che però all’andata della semifinale di Champions aveva vinto 3-1.

Piqué e la foto con i figli avuti da Shakira

Una piccola dimostrazione che i numeri nel calcio contano poco, o a volte sono proprio volgari. Certo, il Barcellona di Guardiola e poi di Luis Enrique verranno ricordati per quel che hanno vinto, ma ancor di più per come hanno giocato. E Piquè c’era, c’era sempre: ha iniziato avendo accanto a sé in mezzo alla difesa Puyol, ha chiuso con Marcos Alonso. Ma la sua parte l’ha sempre fatta, e quando gli è successo di giocare male ci ha comunque messo la faccia. Ed è per questo che  al Camp Nou va in scena un addio quasi straziante. Gli addii nel calcio non sono mai bellissimi, neppure quando sono arrivederci come questo (“sono nato qui e morirò qui”, dice lacrimando come un vitello a fine gara): c’è sempre di mezzo il sapore del tempo che è passato, del calciatore che è invecchiato, sì, ma – accidenti! – lo sono anche gli spettatori. Però questo colpisce perché unisce passione, dolore e l’asciuttezza catalana: i giocatori che entrano in campo tutti con la maglia numero 3, che è sempre stata quella del 35enne difensore fin dalle giovanili, e poi su quella usata in gara hanno comunque la scritta Sempr3, proprio col 3 finale, foto di rito con Sasha e Milan, i figli avuti da Shakira – già, perché Piqué è stato ed è anche protagonista del gossip, col matrimonio con la cantante chiusosi con un tempestoso divorzio per tradimento – poi via che si gioca. E Piquè gioca pure bene, anzi benissimo, con gli attaccanti avversari Baptistao e Ramazani che potranno dire di essere stati gli ultimi a farsi annullare dal difensore. Certo, l’Almeria è più tenero di quel tonno della pubblicità, però le partite bisogna vincerle. Piqué ci ha messo del suo anche stavolta.

Piqué e il sogno di diventare presidente del Barcellona

Ora si apre la fase del post, senza i dubbi che tanti calciatori hanno quando smettono. Lui ne parlava da tempo, si era anche ipotizzato un suo ingresso in politica, ovviamente tra gli indipendentisti vista la sua catalanità fin nel midollo. Ma probabile che sia stata proprio la politica ad accelerare il ritiro: in Spagna è stata appena approvata una legge sul conflitto di interessi che gli avrebbe impedito di giocare e al contempo essere nella società Kosmos, che proprio di sport si occupa. E non solo di calcio, ma anche di tennis, visto che ha devastato la Coppa Davis cambiandone la formula. Lui però, si sa, vuol tornare da presidente della squadra, lo fa capire anche nel video di addio che ripercorre la sua vita e si chiude con lui che guarda proprio verso la tribuna d’onore. Forse già nel 2024, chissà. E chissà se per allora a Barcellona si saranno asciugate tutte le lacrime versate in una notte che – paradosso vista la visione manageriale del nostro – ha mostrato ancora una volta quanto lo sport possa toccare il cuore della gente. Anzi, trapassarlo.

Fonte Repubblica.it

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