Perticone replica a Mourinho: “Sputi, dita negli occhi e minacce. Altro che C senza pressione”

“Sono passati quattordici anni eppure, se ripenso a quel Foggia-Cremonese, semifinale play-off, mi viene ancora il mal di testa. Per scendere in campo in quello stadio infuocato ce ne volevano eccome di personalità, coraggio e forza per non farsi schiacciare dalla pressione”. Romano Perticone, difensore del Cittadella, è stato protagonista di uno scambio di battute a distanza con José Mourinho. L’allenatore della Roma, dopo la sconfitta in Coppa Italia contro l’Inter, aveva strigliato i propri giocatori invitandoli ad “andare a giocare in C se non avete le palle e avete paura. Lì non c’è pressione”. Perticone ha risposto via social di aver ricevuto, in quella che oggi si chiama Lega Pro, trattamenti quasi criminali. “Sputi in faccia, dita negli occhi, minacce nei sottopassi. Meglio rimanere sui valori tecnici, indubbiamente differenti”. Lo Special One, prima di Sassuolo-Roma, si è scusato per l’uscita infelice. “Mi hanno detto che Perticone è scarso, ma se gioca in C vuol dire che ha grande personalità”, ha aggiunto scherzando. E al gioco è stato lo stesso Perticone, confermando la veridicità di quelle voci e rispolverando un ricordo che lo lega al portoghese.

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Perticone, ce lo racconti bene.
“Giocavo nel Livorno, perdemmo 3-0 contro quell’Inter che di lì a poco avrebbe vinto il Triplete. Eto’o segnò facendomi una rovesciata davanti agli occhi. Il mio allenatore, Cosmi, mi prese in giro tutto il giorno seguente perché quell’immagine era finita sulle prime pagine dei quotidiani. A fine partita Mourinho ci aspettò nel tunnel di San Siro per dire uno a uno di non mollare, di lottare per la salvezza. Mourinho che aspetta Perticone, vi rendete conto? Un gesto da campione”.

A conferma che nel recente scambio di battute non c’era astio.
“Nessuna polemica. Il mio messaggio è semplice: ognuno ha la propria tigre da combattere. La pressione è una questione psicologica che dipende dal contesto e, se hai poca esperienza, la crei anche da solo, oltre a quella che arriva dall’esterno. Dipende tutto dalla situazione che tu, come calciatore, vivi in quel momento. Ma, quando si parla di responsabilità, non esistono A, B o C. Il palcoscenico della Serie A è più grande e quindi tutto si amplifica, ma il giocatore di C calpesta il proprio come se fosse il più importante al mondo. Ho giocato in tre categorie diverse, ma è sempre esistito un solo Romano”.

Lei ha esordito in Serie A col Milan, niente male.
“Ecco, immaginatevi un ragazzino di 18 anni che mette piede per la prima volta a San Siro. Roba da far tremare le gambe. Invece vi garantisco che durante Foggia-Cremonese, semifinale-play-off di C, la tensione che ho percepito era più alta. Non ero il solo: tanti colleghi che poi sono arrivati in alto sono partiti dalla C. Provate a chiedetegli se affrontavano le partite con leggerezza”.

Una palestra, la Serie C, che consiglia ai più giovani?
“Ti forma come giocatore e ti forgia come uomo, ma serve grande motivazione perché ti possono capitare episodi sgradevoli. Eventi rari in A, per fortuna, perché tutto è sotto la lente d’ingrandimento. Una sorta di bolla, come è stato per me il percorso nelle giovanili del Milan. Non immaginavo in cosa mi sarei imbattuto. Diventi un professionista e assaggi l’agonismo vero, senza sconti”.

Quali sono le maggiori differenze tra le tre categorie?
“Mazzone diceva che per giocare in Serie A servono testa e gambe, in B gambe e testa, in C gambe e ancora gambe. Massima perfetta. In A la difficoltà sta nella continuità delle prestazioni, che devono essere sempre al top da ogni punto di vista: mentale, fisico, tecnico. La Serie B, che sto giocando adesso col Cittadella, è usurante, lunga, imprevedibile, per questo affascinante. E la Serie C le somiglia, la stagione è veramente faticosa”.

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Le Serie B e C hanno dato molto al calcio italiano. Oggi però il periodo non è semplice.
“In Serie B sono arrivati presidenti di spessore che gestiscono società ben strutturate. Io, ad esempio, sto benissimo al Cittadella, un club che pianifica e fa calcio con intelligenza guardando al futuro. La Serie C invece è in difficoltà, spesso chi prova a investire capisce che non ne vale la pena. Il problema è del sistema, a partire dalla A. Serve una promozione del prodotto calcio migliore, come fatto in Inghilterra per la Premier League. A cascata ne beneficerebbero le categorie inferiori”.

Le piacerebbe incontrare Mourinho per un confronto diretto?
“Non era mia intenzione catturare la sua attenzione né fare polemica. Il giorno del tweet, dopo l’allenamento, ho trovato sullo smartphone decine di messaggi: sono diventato virale senza volerlo. Devo ammettere che la sua intervista, quando mi ha dato dello scarpone, mi ha fatto morire dal ridere. È un peccato aver perso la finale play-off contro il Venezia lo scorso anno, altrimenti l’avrei ritrovato di nuovo in campo”.

A Livorno ha giocato con Lucarelli, che oggi allena la Ternana. Si aspettava di affrontarlo da avversario così presto?
“Quando ci siamo incrociati l’ho riempito di complimenti. La stagione scorsa la promozione, quest’anno un bel campionato di B: sta facendo un lavoro eccezionale. Lui sì che sta facendo tanta gavetta, è da apprezzare perché l’unica cosa che ti fa migliorare è lavorare, lavorare, lavorare”.

Una frase di quel genere sulla Lega Pro Lucarelli non l’avrebbe mai detta.
“Scherza? Cristiano sa bene cosa vuol dire sporcarsi le mani, le stesse con cui ha tastato la pressione che in C hanno sentito tutti i grandi campioni che ci sono passati”.

Perticone replica a Mourinho: "Sputi, dita negli occhi e minacce. Altro che C senza pressione"Fonte Repubblica.it

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