Nessuno fa gol alla Danimarca, lo scudo dei soldati di Eriksen

La piccola fiammiferaia si è comprata un faro, il brutto anatroccolo era bello già alla nascita e il soldatino di piombo adesso esce con Penelope Cruz. La Danimarca sta riscrivendo tutte le sue favole, mica per niente nate lassù. Nel calcio, l’ultimo lieto fine ci racconta che i danesi sono già qualificati per i Mondiali di Qatar 2022, e come loro soltanto la Germania. Hanno vinto otto partite su otto, segnato 27 gol e non ne hanno preso neanche uno. Non avevano un girone difficile (Scozia, Israele, Fær Øer, Austria e Moldavia), ma l’hanno trasformato in una gita. Grande trama, quella dei rossi di Copenaghen. L’ultima luce si è sprigionata dal buio di un pomeriggio di terrore, quando Christian Eriksen andò in arresto cardiaco durante la sfida contro la Finlandia, agli ultimi Europei. I suoi compagni videro la morte in faccia, per di più quella di un amico. Gli fecero cerchio, piansero e pregarono. Il capitano Simon Kjaer abbracciò la moglie di Christian, non vacillò neppure per un istante e diede la forza della speranza all’intero gruppo: dopo qualche minuto, grazie al defibrillatore, il cuore di Eriksen ripartì. 

Tutti abbiamo ancora negli occhi quelle scene terribili e per fortuna risolte nel migliore dei modi, anche se forse Eriksen non giochera più. È stato operato, è tornato a Milano, ora dovrà decidere insieme ai medici se tenere il defibrillatore sottocutaneo, che oggi gli impedisce di giocare in Italia ma non all’estero. A gennaio avremo una risposta. Dopo quello shock, la Danimarca è diventata irresistibile, superando le due sconfitte iniziali dell’Europeo e arrivando addirittura in semifinale: se avesse battuto gli inglesi, gli azzurri l’avrebbero trovata a Wembley. Lo slancio è durato in queste qualificazioni mondiali, e il citì Kasper Hjulmand ha saputo perfezionare un meccanismo di gioco che diverte e rende, tutto pressing e ripartenze, in linea con le antiche memorie di un calcio che in fondo è una costola della rivoluzione olandese, irrorata con un po’ di contaminazioni mediterranee.

L’attuale miscela è composta da veterani e giovani di talento (alcuni giocano da noi) come Damsgaard, Skov Olsen, Dolberg e Maehle. Molto interessanti Poulsen, Christensen e Højbjerg, oltre al portiere Kasper Schmeichel, figlio di Peter, icona del Manchester United e campione d’Europa con la Danimarca nel 1992, quando i rossi vennero richiamati dalle vacanze per sostituire la Jugoslavia, politicamente disgregata. Piegarono i materassini, si sfilarono le infradito, misero le scarpette bullonate e andarono a vincere. 

Ora, dopo un lungo periodo di magra (un paio di generazioni non hanno quasi lasciato il segno) e le pessime figure al Mondiale 2010 e a Euro 2012, i danesi stanno ritrovando la lucentezza dei tempi in cui avevano a disposizione fuoriclasse come i fratelli Laudrup, oppure quel bisonte di Elkjær che con i suoi gol portò lo scudetto al Verona nel 1985. La forza tranquilla della Danimarca, che sta davvero diventando una piccola macchina di bellezza, non è passata inosservata e i giurati del Pallone d’oro hanno inserito Kjær nella lista finale dei premiabili: certo, più per il suo comportamento nel drammatico giorno di Eriksen che per la bravura difensiva, ma questa rimane comunque una magnifica candidatura, densa di significato. In Qatar, tra poco più di un anno ormai, la Danimarca sarà dunque alla fase finale di un Mondiale per la sesta volta nella storia. Priva del suo talento più luminoso, purtroppo, ma con un gruppo di ragazzi cresciuti di colpo, senza che lo avessero chiesto loro, in uno di quei momenti difficilissimi che possono segnare intere esistenze. Una favola vera, anzi un romanzo di formazione: la formazione della Danimarca. 

Fonte Repubblica.it

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