Nella nuova Europa l’Italia all’assalto del trono spagnolo

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MILANO – Incassato il ritorno nella fase a eliminazione diretta della Champions dopo nove anni, il Milan ha spiegato attraverso un docente in materia come Paolo Maldini che cosa attende a febbraio i campioni d’Italia, insieme alle altre due squadre della Serie A approdate alla meta, il Napoli e l’Inter, mentre la Juventus, che pure era la più avvezza al ruolo, è rimasta impigliata nella rete dell’Europa League. «Dagli ottavi in poi le classifiche si fanno quasi in automatico con i bilanci». Se ne evince che tra le sedici sopravvissute le favorite sono le solite ricche: le inglesi (City, Liverpool, Chelsea e Tottenham), il Real Madrid campione in carica e unico vessillo spagnolo rimasto, il Bayern simbolo del calcio tedesco e il Psg, unicum più qatariota che francese.

Però la geografia del torneo è cambiata e l’Italia è quasi al centro della mappa: se non del potere finanziario, almeno del gioco e dell’innovazione. Per vie tattiche diverse, ma con analoga capacità di sorprendere gli avversari, l’arioso Napoli di Spalletti, il Milan verticale di Pioli e l’Inter concreta di Inzaghi non hanno subito il difetto classico: il ritmo più basso, le giocate meno rapide. Il complesso d’inferiorità si è attenuato grazie a coraggio e fantasia, incarnati da Kvaratskhelia, Leao e Lautaro. Ancelotti e Conte sulle panchine di Real e Tottenham completano un quintetto di allenatori scelti.
Con la celebrata scuola tedesca il duello parte pari: 5-5. Contro Klopp (Liverpool), Nagelsmann (Bayern), Schmidt (Benfica), Terzic (Dortmund) e Rose (Lipsia) lo scontro è filosofico: da una parte il contropiede, declinato dai tecnici italiani con sfumature diverse ma con identica capacità di attacco istantaneo alla porta, dall’altra il gegenpressing, la pressione esasperata predicata da Klopp & C.

Le novità tattiche arrivano da Pioli, Spalletti e Schmidt — Gasperini con l’Atalanta dal 2019 in poi fece lo stesso — anche se l’innovatore per definizione resta Guardiola. Agli altri rimangono le briciole: Pep col City difende la Spagna, Galtier (Psg) la Francia, Potter (Chelsea) l’Inghilterra, Conceiçao (Porto) il Portogallo, Hoefkens (Bruges) il Belgio, Glasner (Eintracht) l’Austria.

Juergen Klopp con Roberto Firmino Juergen Klopp con Roberto Firmino
Juergen Klopp con Roberto Firmino (reuters)


Quanto alla mera geopolitica, l’egemonia con 4 squadre a testa è di Inghilterra e Germania. L’Italia, con 3, ha preso il posto della Spagna, che rispetto all’anno scorso conferma la caduta del Barcellona, ma vi aggiunge il crollo di un habitué (l’Atletico Madrid di Simeone) e perde un’altra squadra (il Villarreal arrivò in semifinale, il Siviglia si è fermato subito). Il Portogallo resiste con due, la Francia ne smarrisce una, spariscono Olanda (Ajax) e Austria (Salisburgo), entra il Belgio (Bruges). Tra le città torna Milano col suo derby. Tiene il passo solo Londra con Chelsea-Tottenham.

Tra gli italiani di Napoli, Inter e Milan e quelli che giocano all’estero (Jorginho, Donnarumma e Verratti) non ci si può lamentare: c’è pure la sorpresa Luca Pellegrini con l’Eintracht. Per ora sono confinati tra i giovani Casadei (Chelsea) e Ndour (Benfica), ma l’esperienza funziona come la tesi di Mancini, che sprona i talenti a cercare la Nazionale altrove, se in A non ci sono spiragli. In Champions si vede un po’ più di azzurro del solito. E questo, a poco più di due settimane dal Mondiale senza l’Italia, e in attesa del sorteggio delle coppe lunedì, aiuta a non deprimersi.

Fonte Repubblica.it

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