Napoli, ricostruzione sulle spalle di Osimhen. E se arriva Raspadori, Spalletti può puntare al vertice

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Quel tanto di poetico contenuto nei commiati social di Kalidou Koulibaly (Napoli osservata con tenerezza dall’aereo in decollo) e Dries Mertens (orgoglioso del figlioletto nato in città) descrive bene cosa sia stato il ciclo di “questo” Napoli, dove le virgolette servono a definire i contorni di una rosa nata con Benitez, cresciuta a dismisura con Sarri, transitata per Ancelotti e Gattuso e giunta a compimento con Spalletti. A questa rosa, della quale ovviamente fanno parte a pieno titolo anche Insigne, Ghoulam e Ospina, e il partente Fabian Ruiz sia in proprio che come successore di Hamsik, è mancato soltanto lo scudetto, ed è un’assenza dolorosa perché si gioca per conquistare i titoli, e le vittorie morali sono spesso rimpianti da affogare la sera in una birra. E però la frase che un po’ tutti ripetono – “ma quanto ci siamo divertiti!” – oltre a riecheggiare l’indimenticabile “cosa vi siete persi!” scritto sulle pareti del cimitero dopo il primo scudetto di Maradona, racconta una lunga avventura nella quale il piacere del competere è stata quasi sempre l’emozione dominante. Ed è il motivo per cui lasciar andare questa generazione è così difficile, e malinconico in fondo: il Napoli di Insigne e Co. è stato una grande squadra, non è garantito da nessuna parte che il prossimo si inerpichi alle stesse altezze. 

Quando si parla di scudetto sfiorato il pensiero corre subito a quello del 2018, con la vittoria a Torino firmata da Koulibaly che quasi azzerò la distanza dalla Juve a quattro gare dalla fine. In realtà c’è stata una seconda occasione nella quale il Napoli ha corteggiato il titolo da molto vicino: l’anno scorso, dopo la grande partenza (31 punti su 33) e la flessione di dicembre, la squadra era tornata in vetta il 27 febbraio, a coppa d’Africa conclusa, e l’aveva fatto con carattere perché il successo in casa della Lazio – gol di Fabian al 94′ dopo il pari di Pedro all’88’ – era arrivato due giorni dopo il pari casalingo del Milan con l’Udinese. Due giorni a pensare alla chance di aggancio, rischiando di macerarsi nell’attesa com’era accaduto altre volte, e invece ecco quel popo’ di vittoria su un campo assai difficile (e c’era pure Sarri sull’altra panchina). Mancavano a quel punto 11 gare, e la prima era quella che avrebbe orientato il finale: lo scontro diretto con il Milan al San Paolo. 

È probabile che Luciano Spalletti sia il migliore degli allenatori che non hanno ancora vinto lo scudetto: ovunque sia andato ha fatto bene, dalla salvezza dell’Empoli all’Udinese in Champions, dai secondi posti e le coppe Italia con la Roma alle basi per il rilancio dell’Inter. Napoli-Milan era quindi la sua finale, e il fatto di averla perduta ha toccato lui, la squadra, la società, l’intero ambiente. Nello sport succede, ma quando la partita si gioca sull’orlo di un precipizio generazionale, gli effetti possono essere tellurici: se Insigne era già stato ufficialmente accompagnato alla porta, altre determinazioni vennero prese dopo il tocco in estensione di Giroud (e il passaggio a vuoto dei turni successivi). Aurelio De Laurentiis aveva disposto già in estate – dopo la perdita in extremis del posto Champions, mai sufficientemente compresa – un ridimensionamento del tetto ingaggi; ma poi la brillantezza dell’avvio e la stessa personalità di Spalletti l’avevano convinto a tentare un ultimo colpo con questo gruppo. Alcuni giocatori in partenza erano stati trattenuti, e il gol vincente di Petagna all’84’ di Genoa-Napoli – seconda giornata – era sembrato un segno del destino. Invece. 

La ricostruzione della squadra non poteva che partire da Osimhen, giocatore “rischioso” perché è nelle cose che prima o poi la Premier League gli proponga un contratto più ricco, ma la cui completezza fornisce a Spalletti la sponda per attaccare nel modo che piace a lui, vario e comunque efficace. Al terzo anno di serie A, Osimhen non è più soltanto lo scattista che, grazie a leve lunghissime, diventa irresistibile quando si impadronisce della profondità. No, ormai ha imparato a difendere il pallone per far salire la squadra, e a triangolare con gli esterni deputati all’irruzione in area: Lozano, Politano e l’intrigante Kvaratskhelia, la sorpresa georgiana uscita dal cappello di Giuntoli. Senza millantare una conoscenza pregressa – che non c’è – le prime gare in maglia azzurra hanno messo una gran voglia di vederne altre, il che è significativo: il piede destro è decisamente istruito, e fantasioso, con un forte richiamo a Insigne del quale potrebbe essere un buon erede, forse perfino più sulfureo nelle soluzioni. Il divertimento (a proposito…) di Osimhen nel dialogare con lui è percepibile. A definire la cifra offensiva del nuovo Napoli, però, dovrebbe essere l’acquisto in canna di queste ore, Raspadori: se davvero arriverà – le parti vengono date vicinissime – gli uno-due del nigeriano non saranno soltanto laterali, ma anche verticali col giovane attaccante azzurro a usarlo come trampolino. 

È una combinazione che aumenterebbe di parecchio le aspettative sul secondo anno di Spalletti, riammettendo il Napoli al penultimo piano, quello immediatamente sotto le milanesi, abitato attualmente da Juve e Roma. La stessa idea-Kim, uno stopper che possiede la velocità necessaria per rompere la linea andando a prendere il portatore di palla avversario, e recuperare la posizione in fretta se l’anticipo è andato male, sulla carta ricompone con Rrahmani un tandem affidabile. La difesa con Koulibaly è stata la meno battuta del campionato scorso (col Milan): delle varie eredità da gestire, forse la più pesante è questa. Resta da segnalare un De Laurentiis che continua a dire cose giuste, ma nel tono sbagliato. Non c’è dubbio che la Fifa dovrebbe armonizzare la coppa d’Africa agli altri tornei continentali, almeno negli anni in cui la scelta del Paese organizzatore consente la sua disputa in giugno (tutta la fascia meridionale); ma se liquidi il tema dicendo che non prenderai più africani senza una rinuncia preventiva al loro torneo più importante, diventa una crociata ricchi contro poveri dalla quale non può uscire nulla di buono. 

Napoli, ricostruzione sulle spalle di Osimhen. E se arriva Raspadori, Spalletti può puntare al verticeFonte Repubblica.it

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