Napoli in vetta, Spalletti e il vecchio trucco del calcio

Il Napoli ha segnato otto gol (senza subirne) in due trasferte che alle sue concorrenti — Udine per la Juve e Genova per l’Inter — erano costate punti preziosi. Naturalmente si può discutere se la Juve abbia le forze per rientrare nel grande giro, ma non sul fatto che l’Inter correrà per il titolo fino in fondo. E dunque il margine di vantaggio che il Napoli ha conservato alla fine della quinta giornata è ovviamente piccolo, ma significativo e motivato: è la squadra che gioca meglio su campi complicati. Ci riesce grazie al trucco più vecchio del calcio, la somma di tante superiorità tecniche individuali che Spalletti ha velocemente trasformato in un disegno collettivo di gran pregio. Il Napoli palleggia come se sul campo, a filo d’erba, fossero stati stesi dei binari. Non è tiki-taka perché quello del vecchio Barça era calcio orizzontale, mentre qui invece la profondità dettata di continuo da Osimhen completa il gioco con la dimensione verticale. Due 4-0 esterni consecutivi segnalano uno stato di grazia che Spalletti, una volta aggiunte le energie del magnifico Anguissa, saggiamente non rischia con eccessi di turnover. Ed è persino ovvio concludere che una squadra così ben “lavorata”, e nella quale Insigne continua a sfornare assist da campione d’Europa, abbia molto più del posto Champions come obiettivo. Del resto De Laurentiis aveva annunciato che la seconda qualificazione mancata in due anni l’avrebbe costretto a un robusto abbassamento del monte stipendi: se alla fine non ha ceduto nessuno, è il segno che ha intuito la grande occasione.

Nella scia del Napoli, Inter e Milan procedono affiancate risolvendo problemi diversi grazie alla stessa virtù: la pazienza. Sorniona quella di Inzaghi, che inesorabile attende l’affievolirsi dell’ipercalcio della Fiorentina — grande gioco, ma a prezzo di una feroce spremuta di polmoni — per colpire con i suoi molti modi di fare male; calcolata quella di Pioli, che dopo aver provato a vincere la resistenza del Venezia con molte seconde file spende con intelligenza i titolari necessari prima che sia tardi. Al treno delle prime resta attaccata la Roma, in bello stile il primo tempo e con le unghie nella ripresa, quando l’Udinese mette a ferro e a fuoco l’area di Rui Patricio. Siccome era già successo contro Sassuolo e Verona, si amplia l’evidenza del gap tra le due fasi giallorosse. La Roma comunque sta meglio della Lazio, salvatasi a Torino in coda a una prestazione mediocre: nel derby Mourinho parte avanti a Sarri pur essendo privo del suo uomo migliore, Pellegrini.

Nel rocambolesco pomeriggio di La Spezia, la Juventus ammalata di nostalgia ha avuto conferma che l’uomo-guida del suo futuro non può che essere Chiesa, perché i gol perduti di Ronaldo sono finiti in massima parte nei suoi piedi. Quando venne preso dalla Fiorentina, poco più di un anno fa, Chiesa era un giocatore totalmente diverso da quello odierno. Era un esterno offensivo capace sì di coprire l’intera fascia, ma ubriacandosi di acido lattico e finendo quindi per presentarsi stremato in zona gol. Pirlo prima e Mancini poi l’hanno sgravato da troppi compiti di copertura liberando il suo estro balistico. Chiesa è diventato così un attaccante d’eccellenza, e come tale dovrebbe giocare: la sua missione non è crossare, ma tirare in porta almeno cinque volte a partita. E dunque il punto d’approdo di Allegri, che fin qui ha ragionato con evidente attenzione agli equilibri dello spogliatoio, potrebbe essere un 4-3-3 con Dybala a destra e Chiesa a sinistra, entrambi portati a convergere per tirare col piede prediletto. Nell’idea di Klopp, che in estate l’avrebbe accolto volentieri a Liverpool, Chiesa doveva insidiare Mané: la Juve è stata brava a trattenerlo, e non ha fatto altrettanto con Ronaldo anche perché la sua partenza liberava la casella perfetta per Federico. A patto di fargliela occupare, naturalmente. Non occuperà più alcun posto, invece, il gentiluomo che domenica ha dato sfogo alla sua bestialità razzista contro Maignan: individuato dalla Digos e buttato fuori dalla Juve con apprezzabile rapidità, è stato subito cacciato anche dal suo Juventus club, intitolato a Gaetano Scirea. Più fuori posto di così era impossibile.

©RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Fonte Repubblica.it

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