Mourinho e le 100 ore che lo hanno fatto diventare re di Roma

I romanisti, in realtà, li ha subito conquistati, già in quel 4 maggio in cui la Roma, stupendo il pallone intero, ne annunciò l’ingaggio. Bastò la parolina magica da quattro lettere: “Daje”. Epperò José Mourinho quell’amore – sapientemente coltivato giorno dopo giorno, apparizione dopo apparizione – l’ha saputo alimentare in maniera prepotente nelle ultime cento ore e poco più.

Dopo la corsa sotto la curva, domenica, ecco il fotomontaggio: Mourinho vince i 100 metri olimpici 

Il fotomontaggio della corsa

Domenica sera la corsa sotto la curva Sud, subito preda di felici fotomontaggi, dopo il gol in pieno recupero di El Shaarawy, che ha regalato ai giallorossi il successo sul Sassuolo, alla fine di una partita da emozioni senza risparmio. Martedì la cena al ristorante con tutta la squadra e la proprietà americana per festeggiare le sue mille panchine, tra crudi di pesce e cori da stadio, nobilitati da una collettiva Bella Ciao (e sia lode alla Casa di carta per aver fatto fiorire su tante nuove labbra versi così importanti). I tifosi, adoranti, erano ammassati davanti alle vetrine del locale, che dista soltanto due chilometri (pochi, pochissimi per Roma) dal colonnato del Bernini: “E io spesso scherzo con il mio staff, perché ogni giorno dobbiamo andare a San Pietro per pregare che non ci siano infortuni”, ha detto ieri sera Mourinho, subito dopo il 5-1 rifilato al Cska Sofia in Conference League. Non parla mai a caso, il tecnico portoghese, anzi le sua apparizioni davanti a taccuini e microfoni sono piccole, grandi lezioni di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa: “Vi sto facendo sognare, cari tifosi – era il messaggio neanche troppo nascosto – ma sappiate che non abbiamo la rosa per competere in campionato con le più forti. Tutto quello che verrà sarà comunque speciale“. E chi vuol capire, capisca. Ma è quasi impossibile non sperare e fantasticare quando con la tua squadra si alleano anche i centimetri, quelli che hanno fatto convalidare i gol di Mkhitaryan e Veretout nella prima di campionato contro la Fiorentina e che invece hanno cancellato per due fuorigioco al microscopio le reti di Berardi e Scamacca nella sfida di cinque giorni fa col Sassuolo, che è tornato sconfitto in Emilia, complici anche un paolo di Traoré e le grandi parate di Rui Patricio.

Il portiere e il centravanti

Ecco, il portiere arrivato dal Wolverhampton introduce un altro grande merito di Mourinho, che ha fortemente voluto il suo connazionale. La porta della Roma, nelle ultime stagioni, era stata tormentata da papere, uscite tremebonde e rinvii sbagliati: ora ha trovato un degno occupante, felice di essere allenato da un tecnico che in Portogallo è ovviamente già leggenda. Discorso simile per il centravanti: perso Dzeko, passato all’Inter dopo l’addio di Lukaku, la Roma lo ha rimpiazzato con Tammy Abraham, chiuso al Chelsea proprio dall’arrivo dell’attaccante belga. Cresciuto nei blues ma tifoso dell’Arsenal, il ragazzo di padre nigeriano e  madre inglese voleva finalmente giocare nella sua squadra del cuore. Ma la classe e il carisma di Mourinho pesano: e così ora la Roma ha un numero nove che forse non ha ancora la visione di gioco del suo predecessore bosniaco (anche se i due assist gol contro la Fiorentina fanno già pensare il contrario), però vede la porta e segna tanto, non esattamente il pezzo forte del repertorio di Dzeko.

Pellegrini superstar

Mourinho indirizza, come no. Lo dimostra anche il trattamento “subìto” da Pellegrini, che ha ancora il contratto pericolosamente in scadenza nel 2022: “Se ne avessi tre come Lorenzo in rosa, li farei giocare sempre: lui ha delle super qualità”, il carico messo sul tavolo  dal portoghese. Risposta dell’azzurro: cinque gol da inizio stagione, come nessun altro centrocampista nei primi cinque campionati europei: “Mi ha detto che a giorni l rinnoverà il contratto. E questa firma può dare maggior forza al rapporto che ha con i tifosi”. Parole che non ammettono repliche e che mettono la penna in mano al giocatore. Parole speciali, appunto.

Fonte Repubblica.it

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