Mondiali, Southgate: “Anche se con l’Inghilterra vinco in Qatar resto quello del ko con l’Italia”

Al momento stai visualizzando Mondiali, Southgate: “Anche se con l’Inghilterra vinco in Qatar resto quello del ko con l’Italia”

BURTON-ON-TRENT (INGHILTERRA) — Entriamo nella gabbia dei Tre Leoni. E che gabbia: St George’s Park, arcadico centro sportivo delle nazionali di calcio inglese. Siamo nel villaggio di Burton-on-Trent, storico feudo dei birrifici di ale, poco sopra Birmingham. Silenzio, siamo inglesi. Inaugurato dieci anni fa dal principe William nonché presidente della federazione “Football Association”, tra le avveniristiche e amene strutture di questo complesso da 120 milioni di euro e 130 ettari di colline fatate, c’è persino un campo da calcio esatta copia di quello di Wembley. Le misure, le reti delle porte, il tipo di erba: identico.

Perfida Albione. Eppure nessuna perfezione è assoluta, avvertiva Shakespeare. Difatti la maledizione continua da quel 1966, l’ultima finale vinta dall’Inghilterra con un gol fantasma e la regina Elisabetta a premiare Sir Geoffrey Hurst, la sua tripletta e il Mondiale che portò “il calcio a casa”. “Ma questo è uno sport difficile e ci sono un sacco di prime donne, no?”, predisse un giorno proprio la Queen al presidente della Premier League, Dave Richards. Da allora, è stato un boulevard di sogni spezzati, ma il perfezionismo della nazionale maschile allenata da Gareth Southgate ha un trend dei desideri: semifinale ai mondiali in Russia nel 2018, finale persa contro l’Italia agli Europei del 2021, proprio a Wembley. Ora il Qatar. Is football coming home?

Lo spogliatoio dei giocatori inglesi a St George's Park (foto di Antonello Guerrera) Lo spogliatoio dei giocatori inglesi a St George's Park (foto di Antonello Guerrera)
Lo spogliatoio dei giocatori inglesi a St George’s Park (foto di Antonello Guerrera) 

Maledizione. Fallisci ancora, fallisci meglio, diceva Shaw, non il terzino inglese. Oltre al flop dell’anno scorso nella bolgia di Londra, Southgate fallì anche il rigore decisivo alle semifinali degli europei del 1996, nemesi e anagramma del 1966: ancora contro la Germania, ancora in casa. Nonostante le magnifiche illusioni regalate ai tifosi inglesi in questi anni, ora il 52enne tecnico di Watford e della nazionale è sotto accusa dei tabloid e dei “buuu” per le miagolanti prestazioni pre mondiali in Qatar. Anche per questo, ora Southgate ha deciso di parlare in esclusiva a Repubblica, e di tutto: le reali aspettative di questa Inghilterra, perché essere il ct dei Tre Leoni è una missione quasi impossibile (o forse no), i motivi della finale persa con l’Italia e perché quella sconfitta non lo mollerà “anche se vinco i mondiali”, perché i tifosi inglesi talvolta sono una vergogna, il problema dei diritti in Qatar, l’omosessualità nel calcio, e perché non è uno scandalo se le donne ancora non guadagnano come gli uomini nel calcio.

Southgate, non si nasconda: questa può essere la volta buona. Lei e l’Inghilterra siete pronti a vincere questo mondiale in Qatar, finalmente?
“Alla Coppa del Mondo del 2018 e agli Europei l’anno scorso abbiamo evitato di fissare un obiettivo specifico perché fino ad allora non avevamo superato per molto tempo i quarti di finale, subendo numerose delusioni. Negli ultimi due tornei, dove poi ci siamo distinti, non sapevamo come avrebbero reagito i giocatori, visto che molti di loro erano alla prima esperienza del genere. Nel calcio l’Inghilterra storicamente non risponde bene alle pressioni e alle aspettative di simili grandi eventi. Ma ora sappiamo che i nostri calciatori sono capaci di raggiungere semifinali e finale. Sarebbe una delusione per loro non arrivare agli stessi livelli anche quest’anno”. 

Il campo replica di Wembley, a St George's Park (foto di Antonello Guerrera) Il campo replica di Wembley, a St George's Park (foto di Antonello Guerrera)
Il campo replica di Wembley, a St George’s Park (foto di Antonello Guerrera) 

Si dice sempre che l’Inghilterra arriva stanca a questi appuntamenti anche per le troppe partite di club durante l’anno. Stavolta invee c’è un mondiale in inverno. Un vantaggio in più per voi?
“No. Non lo credo, perché l’ho vissuto da calciatore. Questa delle troppe partite è una scusa che usano altri allenatori, non io. La realtà è che in passato abbiamo perso non perché eravamo stanchi, ma perché non tenevamo la palla abbastanza e non abbiamo saputo gestire i momenti di forte pressione. Lo stesso, del resto, è capitato anche negli ultimi due tornei. Invece quest’anno, dopo una prima parte di stagione così straordinariamente fitta, sono molto più preoccupato degli infortuni che abbiamo (l’ultimo il terzino Reece James del Chelsea, ndr) e che avremo. Non solo noi, ma tutte le altre nazionali, viste queste circostanze straordinarie. E poi alcune nostre colonne della nostra squadra degli ultimi anni stanno giocando poco quest’anno nei club. Dunque, sarà un mondiale apertissimo: dagli ottavi in poi saranno tutte partite molto equilibrate”. 

Perché secondo lei l’Inghilterra ha questa maledizione di steccare sempre?
“Non è una maledizione. Semplicemente, non siamo stati bravi abbastanza. Ma negli ultimi tempi abbiamo posto basi solide e importanti. Questo complesso di St George’s Park lo abbiamo aperto 10 anni fa per tutte le nazionali di calcio inglesi. Analizziamo i risultati: la squadra femminile ha vinto gli Europei la scorsa estate, abbiamo vinto i mondiali under 17 maschili, quelli under 20, gli europei under 19. Noi come nazionale maschile abbiamo raggiunto una semifinale e una finale negli ultimi 4 anni. Insomma, c’è da essere ottimisti. Inoltre, non siamo più un’isola chiusa al resto del mondo, come per lungo tempo in passato, senza la possibilità di imparare. Ora con la Premier League abbiamo i migliori allenatori del globo in casa e ciò ha migliorato tutto: i giocatori inglesi, gli allenatori inglesi, il sistema calcio inglese”. 

Ma lei di recente è stato fischiato. Vincere con l’Inghilterra è da molti considerato una missione impossibile. Sente che questo potrebbe essere il suo ultimo torneo da ct dei Tre Leoni, nonostante i ragguardevoli risultati raggiunti sinora?
“Ogni torneo simile può essere il tuo ultimo. Certo, è la prima volta che c’è più negatività intorno alla mia squadra. Ma sono orgoglioso di quello che abbiamo raggiunto insieme sinora, nonostante le critiche. I fischi ti fanno crescere e hanno cambiato anche me: mi hanno fatto pensare a scelte diverse. Allenare l’Inghilterra è una sfida straordinaria. Credo che possiamo fare bene. Il vero salto di qualità potremo farlo se cresciamo nei big match, cosa che sinora ci è mancata un po’. Nessun mestiere è impossibile. Certo, ho visto e ho avuto tanti straordinari allenatori dell’Inghilterra che purtroppo non hanno vinto niente: Sir Bobby Robson, Greg Taylor, Ron Greenwood, Terry Venables, Glenn Hoddle, Kevin Keegan. Per questo, la prima volta che mi hanno chiesto di allenare l’Inghilterra, ho detto no. Ma poi mi sono seduto e ho pensato: ai miei figli spiego sempre che le sfide della vita bisogna affrontarle. Perché non dovrei farlo anche io?”.

Un campo coperto di allenamento a St George's Park (foto di Antonello Guerrera) Un campo coperto di allenamento a St George's Park (foto di Antonello Guerrera)
Un campo coperto di allenamento a St George’s Park (foto di Antonello Guerrera) 

Ha ancora gli incubi per quella finale degli Europei persa a Wembley l’anno scorso contro l’Italia davanti a 80mila tifosi inglesi?
“Non li chiamerei incubi. Certo, è una sconfitta che porterò sempre con me, per tutta la vita. E per molti rimarrò sempre “quello dell’Europeo”, anche se quest’anno dovessimo vincere il mondiale. Paradossalmente, il nostro problema in quella finale è stato passare in vantaggio dopo due minuti, in un torneo dove avevamo subito un solo gol e mai perso da una situazione di vantaggio. Allora, subconsciamente, abbiamo smesso di pressare alti e di tenere di più la palla. Così abbiamo perso il pallino del gioco. Ma è anche vero che i giocatori si sentivano sicuri e abbiamo concesso pochissime occasioni all’Italia. Ma l’1-1 (di Bonucci, ndr) ha ribaltato la psicologia della partita”.

A posteriori, cambierebbe qualcosa?
“Sì. Ma non voglio dire cosa. Il vero problema è che a volte puoi inventarti di tutto, ma se a centrocampo di fronte hai giocatori come Modric, Brozovic e Rakitic (in semifinale contro la Croazia a Russia 2018, ndr) o Verratti e Jorginho, questi sono capaci di aggirare ogni tua soluzione tattica. E poi ripeto: non abbiamo pressato alti e siamo stati passivi. Infine, ho allenato solo 200 partite in carriera, e quella contro l’Italia era la mia prima finale: anche io devo imparare ancora molto”. 

Paradossalmente, quel rigore sbagliato contro la Germania agli Europei in casa del 1996, l’ha resa più forte?
“Sì, ma non ditelo ai miei compagni di allora… e di certo avrei voluto essere qui oggi con due vittorie agli Europei. Ma, sì, quel rigore mi ha fatto crescere come persona e come allenatore. Oggi è diverso: quando è capitato a me vent’anni fa sono stato offeso e insultato senza sosta sui campi di calcio, nessuno mi ha davvero sostenuto. Oggi capita il contrario, vedi Bukayo Saka (che sbagliò il rigore decisivo contro l’Italia l’anno scorso, ndr): lui e altri hanno avuto il sostegno di tutti. Sono esperienze diverse. Ma almeno ciò mi ha reso molto più resiliente, riesco a pensare senza farmi distrarre dal rumore bianco esterno e a trasmettere calma ai miei giocatori”. 

Southgate, perché i tifosi inglesi della nazionale maschile a volte sono così violenti e pericolosi? Alla finale di Wembley del 2021 è stato il caos totale e si è sfiorata la tragedia. Invece, quando quest’anno hanno vinto le donne di fronte allo stesso stadio pieno, a Londra è stata una festa civile, pacifica, straordinaria. Perché?
“Non credo c’entri la cultura del tifoso di calcio. Credo sia un riflesso dei problemi della società. Certo, anche io ho notato questa differenza tra le due finali. Ma sono due contesti diversi: per il torneo femminile, come alle Olimpiadi, c’è molta più positività nell’ambiente, sin dalle premesse. Per la nazionale maschile, invece, è tutto diverso: c’è molta più negatività, pressioni, tensione. Mi dà molto fastidio anche vedere i nostri tifosi fischiare gli inni avversari. È un comportamento che non mi spiego, nei confronti di un’altra nazione: io mi sento così fortunato di aver lavorato per anni con la Uefa e altri allenatori stranieri, di essere aperto… I miei figli, per esempio, si sentono europei così come inglesi. Per questo non riescono a capire il senso della Brexit. Davvero non ne comprendono il motivo… ma anche per questo, credo che questa mentalità negativa di oggi cambierà con le nuove generazioni. Lo stesso è accaduto contro il razzismo. È un lungo viaggio, un processo che ha bisogno di tempo. Ma sono certo che un giorno si esaurirà anche questo problema”. 

Le calciatrici donne dovrebbero guadagnare quanto gli uomini?
“Nelle nostre nazionali ciò già accade. Per esempio, io per mia figlia voglio sempre il meglio…”.

Anche lei gioca a calcio?
“Oh no! A lei non piace (ride, ndr). Ma auspico che abbia lo stesso stipendio e opportunità degli uomini. Detto questo, la questione dei club è diversa. Le donne oggi generano fatturati e introiti minori, come nelle serie inferiori dei maschi. Io sono per l’uguaglianza, ovviamente. Ma un club deve avere anche dei bilanci sostenibili. Tuttavia, siamo sulla buona strada. E l’ultimo Europeo femminile porterà molto lustro e contratti anche alle donne”.

Il Qatar è forse il mondiale più controverso della storia, vista la questione dei diritti e dei migranti sfruttati. Harry Kane e gli altri capitani indosseranno la fascia multicolore “One Love” in onore di minoranze e diversità. Basta così?
“Dopo aver discusso con le associazioni per i diritti umani, come nazionale abbiamo chiesto risarcimenti per i lavoratori dei mondiali e anche la creazione di un centro per loro in Qatar. Ma dobbiamo anche essere realisti sugli obiettivi che possiamo raggiungere in questo senso. Il Qatar è un Paese che ha una religione differente, è complesso: dobbiamo trovare il giusto equilibrio. Per esempio, sono già stato tre volte in Qatar e tutti i lavoratori di questo evento mi hanno detto chiaramente che vogliono che i Mondiali si svolgano: perché anche questa è una forza di cambiamento, il quale viene facilitato anche se solo discutiamo di questi argomenti. Certo, non sarà come un mondiale in Occidente. Ma dobbiamo rispettare un Paese con cultura, religione e tradizioni diverse dalle nostre: non credo di essere la persona giusta per dire come debba essere governato un Paese straniero. Ma certo abbiamo la responsabilità e possibilità di poter accendere una luce su alcuni aspetti che si possono migliorare. Questo è già molto per poter fare la differenza”.

Sui diritti, nel calcio si è fatto tantissimo contro il razzismo. Ma sull’omosessualità siamo molto indietro: pochissimi calciatori si sono dichiarati gay sinora. Perché? I calcio e tifosi sono ancora oggi omofobi e machisti?

“Lo spogliatoio non avrebbe alcun problema e sosterrebbe i compagni che fanno “coming out”. Ma i calciatori hanno paura delle reazioni che potrebbero ricevere…”.

Nel mondo esterno, come capitò al povero Justin Fashanu, il primo calciatore professionista a dichiararsi omosessuale e che si suicidò per la disperazione nel 1998 a 37 anni?
“Sì. Mi riferisco ai tifosi e all’opinione pubblica. C’è ancora paura di quello che potrebbe accadere allo stadio. Certo, in Inghilterra per la stragrande maggioranza delle persone non sarebbe un problema. E oggi i giovani parlano molto più apertamente di omosessualità rispetto a 15, 20 anni fa. Ripeto: nello spogliatoio tutti i compagni abbraccerebbero un calciatore se questi si dichiarasse gay. Personalmente, l’ho vissuto con Thomas Hitzlsperger all’Aston Villa: non pensavo fosse omosessuale e quando lo ha dichiarato nel 2014 dopo il ritiro per me è stata una cosa normalissima. Oramai gli spogliatoi delle squadre europee sono multiculturali, multietnici, multireligiosi: non sono mai stati così tolleranti. Cristiani, ebrei e musulmani giocano insieme senza alcun problema. Certo, all’esterno ci sarà sempre qualche omofobo. Ma spero che i giocatori omosessuali si facciano avanti perché avrebbe un grande impatto sulla società, come abbiamo visto nei pochi casi in cui è accaduto sinora. Allo stesso tempo, comprendo le loro paure. Non posso assicurare loro che non ci saranno reazioni avverse fuori dallo spogliatoio”. Fonte Repubblica.it

0 0 votes
Valutazione dell'articolo
Tienimi aggiornato
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments