Missione ottavi: la cura Champions per la Juve da rifare

Torino – La Champions è una medicina, o almeno un placebo. Qui le cose juventine funzionano bene, almeno in apparenza, e il primo traguardo è a portata di mano: basterà un pareggio contro lo Zenit per la garanzia aritmetica della qualificazione agli ottavi di finale, obiettivo che non molti altri (Bayern, Ajax, Liverpool, Salisburgo) possono agguantare già in questo turno, con due giornate di anticipo e l’illusione di appartenere a un’élite internazionale che invece il campionato sta settimanalmente sbriciolando.
La gara con i russi casca a fagiolo: non presenta grandi complicazioni tecniche, consente di indulgere all’ottimismo e può assegnare un premio che rasserenerebbe l’intero ambiente ma in primo luogo la squadra, se è vero che è un gruppo in subbuglio, in parte disorientato, in parte spaventato, sicuramente non sereno. “Ma siamo uniti”, assicura il terzino Danilo, uno dei leader, smentendo le voci che si rincorrono sulle divisioni in clan. Sia quel che sia, basta un solo piccolo pareggio per respirare una boccata d’aria buona. Tutta salute.

Per Allegri il problema è psicologico, non tattico né tecnico

Il ritiro al J Hotel è un succedersi di colloqui e confronti, anche perché Allegri ha inquadrato il problema in chiave essenzialmente psicologica e caratteriale, escludendo responsabilità che discendano dal campo tecnico e tattico. “In cinque giorni abbiamo buttato a mare quello che avevamo costruito in un mese e mezzo. Non è una questione di valori tecnici, ma di approccio: 11 gol su 15 li abbiamo subiti contro squadre che in classifica sono tra l’undicesimo e il ventesimo posto”.

Chiesa va in panchina. Rabiot rischia di perdere il posto

L’allenatore continua a battere su questo tasto: la concentrazione, la mentalità. Nega di voler pensare a rivoluzioni, ribaltando moduli e giocatori, e difatti pure stasera insisterà con il 4-4-2, anche se le ultime pessime prestazioni dovrebbero costare il posto all’evanescente Rabiot e forse anche all’arrugginito Cuadrado. Torna De Ligt, invece Chiesa è sempre a bagnomaria: guarire è guarito, ma dovrebbe partire dalla panchina.
La Juve d’oltreconfine sembra un’altra cosa: tre vittorie su tre (di cui l’unica della stagione con più di un gol di scarto, a Malmö), neanche una rete al passivo (soltanto il Bayern è ancora intonso) e la promozione a portata di mano. Ma è tutto oro quel che luccica oppure la fortunata campagna europea ha distorto certe percezioni, illudendo che bastasse l’aria internazionale per restituire la squadra al suo lignaggio? In realtà, spulciando tra le statistiche, si nota che la Juventus è indietro in quasi tutte quelle fondamentali, per quanto riguarda la produttività di gioco: delle 32 squadre della Champions, è 20ª per tiri, 17ª per possesso palla, 26ª per numero di cross (e ultima per la loro precisione), 28ª per corner battuti, 21ª per contrasti vinti. Spicca solo nella classifica dei passaggi lunghi (è quinta). Il 32% del tempo lo passa in difesa (per dare un’idea, il Chelsea è al 15, il Liverpool al 20, il Bayern al 22) e soltanto il 23% in attacco mentre tutte le grandi, eccetto il Psg, sono sopra il 30%: dati che indicano come i bianconeri siano in distonia rispetto al calcio europeo più qualificato, benché i risultati stiano dando loro ragione. Alla lunga, però sono più affidabili i parametri di gioco che i filotti di vittorie. Soprattutto, rischiano di rivelarsi più sinceri.
 

Fonte Repubblica.it

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