Milan, tutti i problemi di Pioli. Senza Ibra non fa gol e subisce il contropiede

MILANO – Se il fondo arabo Investcorp prenderà il Milan, come pare ormai sempre più probabile, la sua priorità di mercato appare ovvia: un attaccante alla Nkunku o un fantasista alla Asensio. I nomi del francese del Lipsia e dello spagnolo del Real Madrid rappresentano al momento un identikit, visto che le trattative coi rispettivi club non sarebbero facili. Ma è sempre più evidente dove va migliorata la squadra, che in campionato rimane la capolista con intatte possibilità di scudetto, ma che conferma davanti (per le assenze di Ibrahimovic e Rebic e per il rendimento di Brahim Diaz, Messias e Saelemaekers) i suoi veri limiti. L’ingaggio di Origi dal Liverpool, preparato da settimane e avallato dal fondo Elliott su indicazione di Maldini e Massara, indica già la consapevolezza del problema.

Il possesso palla non basta

Il derby amaro allungherà almeno a vent’anni il digiuno del Milan dal titolo della Coppa Italia: è un arco di tempo inusuale per una grande del calcio italiano ed è l’effetto più evidente della sconfitta con l’Inter. Le eventuali conseguenze sulla gara per lo scudetto si potranno misurare solo dalla classifica finale del campionato. Per ora il Milan conserva l’ottimismo della volontà, grazie al rilevante vantaggio sul rendimento della scorsa stagione: dopo 33 partite ha 5 punti in più (71-66), mentre il Napoli soltanto 1 (67-66) e l’Inter, per la quale il confronto va fatto su 32 partite in attesa del recupero col Bologna, ne ha addirittura 7 in meno (69-76). Tuttavia il peso delle statistiche, sul rettilineo finale della serie A, può rivelarsi fuorviante.

Squadra troppo sbilanciata

L’esito stesso della semifinale di Coppa Italia è in questo senso istruttivo. La lettura della partita attraverso le statistiche ha indotto Pioli a giudicare determinante il contestato episodio del gol di Bennacer che Mariani, dopo lunga revisione al video, ha deciso di annullare per fuorigioco attivo di Kalulu: sarebbe stato l’1-2, con oltre metà del secondo tempo ancora da giocare, ed è legittimo che l’allenatore abbia ritenuto cruciale l’episodio. Il Milan ha tenuto più il pallone dell’Inter (52% contro 48%), ha tirato di più (17-10) e più volte in porta (6-4). Ha inoltre occupato di più l’area avversaria e lo ha fatto soprattutto nelle fasi della partita – sullo 0-1 e sullo 0-2 – in cui è sembrato in grado di segnare da un momento all’altro. Ma siccome non ci è riuscito e alla fine ha perso 3-0, questa lettura un po’ autoassolutoria rischia di diventare ingannevole, perché trascura sia le colpevoli amnesie difensive – abbastanza insolite quelle di Tomori, più consuete quelle di Hernandez – sia lo sbilanciamento cronico della squadra, che stavolta l’impiego di un trequartista centrale dedito anche alla copertura come Kessié (sbadato assai) non ha attenuato.

La lezione della Champions

La Champions ha insegnato che la formula offensivista con cinque-sei giocatori all’assalto nella metà campo avversaria (i tre trequartisti più il centravanti più il terzino sinistro Hernandez libero di attaccare anche frontalmente più il terzino destro Calabria) funziona bene quando il pallone viene catturato in fretta e la catapulta diventa immediata. Altrimenti il rischio di subire il contropiede è alto e i centrocampisti, Tonali più di tutti, si immolano a lunghe e sfiancanti rincorse, dovendo coprire una porzione di campo eccessiva. Inoltre la gestione del pallone con molti uomini a ridosso dell’aria avversaria può generare l’effetto boomerang, se il pallone viene perso o se il ritmo si abbassa troppo e permette agli avversari l’uscita agevola dal pressing e un’azione ragionata. Un dribbling di troppo, un controllo sbagliato, un passaggio fuori misura possono innescare fughe micidiali. L’alto livello tecnico è ancora più necessario, perché un errore può diventare fatale. Non è probabilmente un caso che in Champions, contro avversarie in media più tecniche di quelle della serie A, il Milan non abbia mai sfigurato e abbia retto la scena con coraggio, ma alla fine sia arrivato ultimo nel girone, dietro Liverpool, Atletico Madrid e Porto.

I dolori di Rebic

Ma la lettura delle statistiche sul derby conferma soprattutto il problema cronico di questa fase decisiva della stagione: l’inoffensività sotto porta. Se il Milan ha tirato 17 volte senza segnare, la conclusione è tautologica quanto banale: non ha giocatori in particolare confidenza col gol. La classifica cannonieri non mente. Per trovare il primo – Leao, che si libera facilmente al tiro ma per lo più lo sbaglia – bisogna scendere al diciannovesimo posto: 9 gol. Giroud – 8 gol – dà invece la sensazione di essere un po’ sprecato: è formidabile nei colpi di testa, ma il cross e lo sfruttamento delle fasce non sono in questo momento le modalità di gioco più utilizzate dal Milan. Che paga, ovviamente, i guai fisici dei suoi due principali cannonieri della scorsa stagione. È lecito pensare che con Ibrahimovic in campo a tempo pieno avrebbe segnato di più e avrebbe probabilmente vinto le due recenti partite chiuse sullo 0-0 (col Bologna, quando in pochi minuti un Ibra frenatissimo si è comunque avvicinato al gol, e col Torino). Il campione quarantenne, alle prese coi dolori ormai cronici al ginocchio sinistro, cerca di tornare in tempo per decidere qualche partita, tra le 5 che restano. Ma non può offrire certezze, così come una certezza ha smesso di esserlo Rebic. Pioli, che avrebbe voluto inserirlo nella ripresa, ha rivelato la ragione del mancato ingresso: il jolly d’attacco ha avvertito un dolore al ginocchio e ha ammesso di non essere in grado di giocare. Il tutto accade, per beffa del destino, proprio quando Pellegri, dopo i suoi mesi milanisti pieni di contrattempi, ha cominciato a segnare col Torino. La priorità di mercato del potenziale Milan arabo è chiara.

Milan, tutti i problemi di Pioli. Senza Ibra non fa gol e subisce il contropiedeFonte Repubblica.it

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