Milan, perché lo scudetto è possibile. E ora Pioli ritrova Kessié e Hernandez

Ci sono domeniche da spettatori che capovolgono le sensazioni del sabato da giocatori. Il Milan, uscito perplesso dalla vittoria travagliata sul Bologna ridotto in nove, ha guardato i due pareggi tra Roma e Napoli e tra Inter e Juventus e si è sentito di colpo più forte di prima, essendo diventato capolista a braccetto col Napoli. Questo è l’anno buono, si ripetono i tifosi, che nel 2011 festeggiarono lo scudetto di Ibra e compagni e dieci anni dopo vorrebbero creare le premesse per un altro scudetto di Ibra e compagni, ma compagni nuovi. E’ un sentimento che sconfina nel presentimento, ma è soprattutto un desiderio, alimentato anche da una concorrenza più composita e indecifrabile del solito: stavolta manca la dominatrice potenziale o quanto meno si stenta ancora a individuarla.

La festa per il gol di Bennacer a Bologna (ansa)

Come l’anno scorso

Intanto, avendo coronato infine il suo inseguimento al primo posto, il Milan si ritrova nella stessa posizione occupata a lungo la scorsa stagione, prima che il rallentamento da gennaio in poi scavasse un solco decisivo rispetto all’Inter futura campione d’Italia. Oggi la consistenza dell’aggancio al Napoli, dopo nove giornate, si può misurare attraverso l’analogo percorso felice: otto vittorie e un pareggio, che la squadra di Pioli ha conquistato in casa della Juventus, mentre quella di Spalletti ha frenato solo adesso, in casa della Roma. La costanza di rendimento da un’annata all’altra – al conteggio va aggiunta la fase post lockdown del campionato 2019-20 – stabilisce una certezza: non si tratta di risultati casuali e il Milan può dunque aspirare allo scudetto.

Il ritorno di Hernandez e Kessié

Perfino la flessione nel gioco, emersa già a tratti col Venezia e poi anche a La Spezia, col Verona, a Oporto e appunto nella vittoria sul Bologna in nove, può essere letta con la lente dell’ottimismo: superare senza perdere punti le difficoltà – l’emergenza infortuni e Covid e la stanchezza per gli impegni ravvicinati in Champions – è segno di forza oggettiva, al di là del luogo comune che cataloga come indice di buon augurio le partite fortunate, in cui la vittoria arriva per vie secondarie, se il sistema primario di gioco non funziona come dovrebbe. Applicato al Milan, l’assioma prevede che una squadra capace di prendersi i tre punti a Bologna senza Maignan, Hernandez, Kessié, Rebic e Diaz sia a maggior ragione in grado di proseguire la marcia con qualche illustre assente recuperato alla causa, come dovrebbe accadere domenica all’Olimpico: contro la Roma torneranno Hernandez, negativizzato al Covid, e Kessié, che ha avuto la febbre a 40 e per questo ha saltato Porto, Bologna e un bel po’ di allenamenti, però adesso è di nuovo abile e arruolabile.

Derby della verità

Col terzino sinistro più spregiudicato della Serie A e con la mezzala più impetuosa, Pioli riacquista la forza d’urto offensiva di un gioco basato sui vorticosi scambi di posizione. In attesa di ritrovare anche Diaz e Rebic (ma ha perso Castillejo) e avendo per ora compensato la convalescenza di Maignan, Florenzi e Messias con la comparsa in gruppo di Mirante e col rientro di Pellegri, l’allenatore può pensare che il momento più difficile stia finendo. Di sicuro sta cominciando per lui il momento più delicato, perché le tre partite prima della sosta di novembre per le qualificazioni al Mondiale sono altrettanti ostacoli alti. Si parte col Torino di Juric, stratega attento a ingarbugliare la tattica altrui. Si prosegue con la Roma di Mourinho, avversaria imprevedibile come il suo tecnico.  Poi c’è il Porto a San Siro, ultima chiamata per la Champions. Infine, domenica 7 novembre, sarà tempo di derby: l’Inter, staccata attualmente di 7 punti, cercherà nel frattempo di ridurre il divario. E sarà davvero il derby della verità.

Fonte Repubblica.it

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