Milan-Napoli, Pioli contro Spalletti: in palio già un pezzo di scudetto

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Spalletti sfida Pioli, Pioli sfida Spalletti: è l’appuntamento più reclamizzato sul cartellone di San Siro, teatro da tempo indiziato di abbattimento e tuttavia al momento ben vivo e vegeto. Nell’imminente consultazione cittadina sul nuovo stadio, appena ratificata dal sindaco Sala dopo la certificazione del fatto che Milan e Inter concordano sulla demolizione dell’attuale Meazza, non potrà essere eluso un tema ben poco collaterale: se il San Siro di oggi, autorizzato a una capienza di circa 76 mila spettatori, si sta quasi sempre riempiendo da inizio stagione, come potrebbe quello di domani scendere a 65 mila?  Della ritrovata fame di calcio dal vivo, che a due mesi dal Mondiale orfano dell’Italia implica ulteriori riflessioni, fa fede la partita in teoria più spettacolare della serie A: per Milan-Napoli il tutto esaurito è scontato, con robusta presenza di tifosi napoletani e a prescindere dall’assenza dei due giocatori più forti delle due squadre, lo squalificato Leao e l’infortunato Osimhen.

Il pubblico ansioso sa già che anche per questo stavolta il duello si giocherà principalmente tra le panchine, tra gli allenatori più provvisti di inventiva del campionato, cultori entrambi delle innovazioni. Da come appunto Pioli e Spalletti sapranno fronteggiare i rispettivi guai, forgiando gli attacchi privi dell’imprendibile slalomista portoghese e dell’altrettanto inafferrabile velocista nigeriano, dipenderà il risultato.

Nessuno dei due strateghi teme il confronto, che le fresche vittorie in Champions, con annesso primato nel girone, rendono ancora più accattivante. Il braccio di ferro sull’offensivismo non fa paura a Pioli, che nelle ultime due stagioni ha brevettato per il suo Milan la più spregiudicata formula possibile e continua a perfezionarla: sempre più uomini nella metà campo avversaria, in un vortice di scambio di posizioni che può portare i terzini Hernandez e Calabria a fare gli interni e il trequartista a diventare mezzala, a patto che ogni zolla sia catapulta verso la porta altrui. Il compendio del sistema è il gol di Messias alla Sampdoria: una sorta di azione alla mano stile rugby, condotta in schiacciante sovrannumero grazie alla velocità nel precipitarsi collettivamente in avanti.

Questa rivoluzione tattica, dopo lo scudetto, varrà all’inventore la Panchina d’oro, premio a una lunga carriera passata attraverso congrua gavetta e approdata alla certezza che al Milan possono cambiare i padroni, ma che anche il nuovo proprietario Cardinale si fiderà del trio tecnico al timone, Pioli-Maldini-Massara. Certo, la laurea internazionale può arrivare solo attraverso la Champions, iniziata senza tradire i principi sperimentati in Italia. Il rebus dell’assenza di Leao è un esame supplementare, perché la parallela mancanza di Origi e Rebic impone soluzioni d’emergenza attorno al centravanti superstite Giroud: da Saelemakers a sinistra a Krunic adattato esterno a Diaz pendolo, fermo restando che questa potrebbe essere la partita di De Ketelaere proprio perché non c’è Leao e il talento belga, fin qui un po’ soffocato dalle marcature strette, avrebbe l’occasione di oscillare tra la trequarti e il ruolo di seconda punta. La mossa aggiuntiva da valutare, oltre alle digressioni sulla fascia di Hernandez mancino naturale e ala mascherata, capace delle fughe e dei cross alla Leao, è il ripristino di Tonali incursore: è sul centro-sinistra che sa trovare di solito i corridoi migliori.

Spalletti, che pure è per curriculum il tattico più sofisticato dell’intera Serie A, non ha ancora vinto la Panchina d’oro, né lo scudetto, ma è troppo navigato per lasciarsi imbottigliare negli stereotipi. L’equilibrio in campo è il suo dogma, praticato da agosto quasi alla perfezione: i soli 5 gol subiti in 8 partite testimoniano l’attenzione alla fase difensiva, i cui meccanismi sembrano già oliati per magia. Eppure, racconta la cronistoria estiva, questo Napoli è nato tra incognite plurime, la prima delle quali era il contratto dell’allenatore stesso, in scadenza nel 2023 e per ora non soggetto a discussione per il rinnovo, il che con un presidente imprevedibile come De Laurentiis può significare tutto o niente. Le voci sull’infatuazione per De Zerbi le ha sopite l’eccellente partenza sia in Italia sia in Europa, malgrado i presupposti fossero oscuri, dati gli addii contemporanei dei leader Insigne, Mertens, Koulibaly e di due influenti presenze nello spogliatoio, Fabian Ruiz e Ghoulam.

Ma a partire dagli azzeccati acquisti del ds Giuntoli, il concentratissimo difensore coreano Kim e l’esteta georgiano Kvaratskhelia, seguito dai tempi di Gattuso e subito idolo del San Paolo-Maradona, tutti gli ingranaggi hanno funzionato per incanto. Simeone e Raspadori hanno tappato i buchi in attacco, anche se perfino il sistema di gioco, all’inizio, pareva in via di metamorfosi: Spalletti partiva dall’idea del 4-2-3-1 e a questo progetto ha obbedito l’ingaggio di Raspadori. Poi il suddetto equilibrio tattico si è consolidato col collaudato 4-3-3 e adesso, anche se il trio di centrocampo Anguissa-Lobotka-Zielinski è costretto al superlavoro per l’infortunio di Demme, nemmeno l’assenza di Osimhen ha interrotto le vittorie. Al posto del goleador classico hanno segnato Politano, Simeone, Raspadori, Anguissa e pure il neoarrivato Ndombélé. Nessuno più discute Meret, già portiere precario con l’ombra di Navas sulle spalle, e il terzino uruguaiano Olivera, pescato nel Getafe, si è presto guadagnato il ballottaggio con Mario Rui: è uno dei dubbi per San Siro, insieme a quello sul sostituto di Osimhen tra Raspadori e Simeone. Spalletti e Pioli hanno già duellato dodici volte, dal 2006, e otto sono state le vittorie di Spalletti. Però Pioli ha vinto l’ultima a marzo al Maradona, gol di Giroud e trampolino verso lo scudetto. Se adesso qualcuno farà il tredici, lo potrà dire solo San Siro strapieno.  

Milan-Napoli, Pioli contro Spalletti: in palio già un pezzo di scudettoFonte Repubblica.it

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