Milan, il gol dopo l’autorete: è proprio un’Ibra da film

La vita da film di Zlatan Ibrahimovic è in effetti diventata un film, appena presentato alla Festa del cinema di Roma. Il soggetto riguarda però soltanto la prima parte, fermandosi alle soglie del grande successo sportivo. Che meriterà prima o poi, più prima che poi, un secondo film: la carriera di Ibra si presta certamente alla trasposizione cinematografica, senza bisogno di romanzarla, perché è già un romanzo. Il suo primo gol da quarantenne ne potrebbe rappresentare una tra le scene principali, poiché contiene parecchi elementi simbolici. Il più evidente è la continua ricerca di un nuovo record, di una nuova frontiera, una sfida ai propri limiti. Segnare un gol a 40 anni suonati, a maggior ragione dopo l’incidente dell’autorete, significa suonare una serenata a se stesso, nel calcio attuale dai ritmi spesso furibondi e dai contatti traumatici per le articolazioni, per i muscoli e per i tendini: non è affatto banale e del resto non lo era nemmeno ai tempi di Stanley Matthews e di Roger Milla, passati alla storia del pallone come i classici immortali. Quando lo ha fatto Totti, è stato naturale inneggiare al genio: se ne percepiva la capacità di beffare l’anagrafe e gli avversari dall’alto di una tecnica e di una fantasia senza pari.

Media gol da urlo: 0,58 a presenza

Nel caso di Ibra l’aspetto nuovo della sfida è indubbiamente fisico. Consiste nel tentativo molto consapevole di dimostrare come un atleta più che veterano, anche nel ruolo più appariscente e perciò più esposto all’attenzione mediatica e del pubblico, cioè alle critiche spietate, se è dedito appunto a una maniacale vita da atleta e la sovrappone alle innate doti strutturali possa spostare sempre oltre la soglia della naturale consunzione. E’ una sorta di un esperimento scientifico, un astronauta nello spazio con i tacchetti sotto le suole. Ibrahimovic, novello Gagarin, durante la presentazione al Milan intuì la necessità di dovere prevenire gli scettici e spiegò come avrebbe fatto a limitare i guai dell’età: correndo di meno, pensando di più e sfruttando al massimo l’esperienza. In questi quasi due anni da cosmonauta del calcio contemporaneo Zlatan ha pagato più volte il tributo alla legge anagrafica: ginocchia, muscoli e tendini ammaccati lo hanno costretto a saltare praticamente la metà delle partite. Ma che la sfida sul campo sia stata vinta lo attestano i gol, 30 nelle 51 presenze della sua seconda vita milanista, 0,58 di media: sono sentenze inappellabili alle quali nessuna obiezione può essere opposta, perché restano il succo del gioco e fino a quando uno li fa ha sempre ragione lui, altro che semplice trascinatore dello spogliatoio.

Il cosmonauta del pallone

La partita di Ibra a Bologna è stata il sunto della sua intelligenza e insieme della sua tenacia. Reduce da lunga assenza – un solo non memorabile spezzone di gara a Oporto in Champions quattro giorni prima, da sommare in due mesi a quello con la Lazio accompagnato dal solito gol – ha mostrato tutta la ruggine del caso. Ha perso più di un pallone e più di un contrasto, ha più spesso passeggiato che corso, si è presto piegato in due in allarmante spaccata, preoccupato lui per primo del tendine dolente. L’autogol su corner, all’inizio della ripresa, ha armato idealmente gli addetti all’epitaffio, pronti da tempo sul ciglio della strada: lascia perdere Zlatan, chi te lo fa fare, sei stato un fuoriclasse, ma non è più cosa. Il cosmonauta non si è perso d’animo, non si è tolto la tuta, ha continuato a sfidare la forza di gravità fino all’ultimo minuto, come gli ha chiesto Pioli, l’allenatore dal quale lo separano meno anni (16) che dal giovane compagno e pupillo Leao (18). Così gli anni se li è scrollati di dosso con quel tiro finale del 4-2 – facile infierire su una squadra in 9, eccepiscono gli scettici, ma un gol del genere prescinde dalla forma – squassando la porta di Skorupski e l’insopportabile dubbio che 7 milioni di euro l’anno siano troppi per un attore non più protagonista.

Zlatan, che vicino a Hollywood ha vissuto per due stagioni, imparando benissimo come sport, business e star system siano più che mai intrecciati nell’era dei social, protagonista lo è ancora. “Infinito”: così si è autocelebrato su Instagram, dopo avere perfino disarmato il suo amico Mihajlovic, che da allenatore del Bologna si era forse un po’ autocensurato, di fronte alle due espulsioni, la prima piuttosto controversa. Chissà se andranno ancora a Sanremo in coppia, Zlatan e Sinisa: probabilmente stavolta sarà al massimo per una serata. Prima, sul suo Sunset Boulevard, Ibra è atteso da altre repliche, a cominciare dalla Champions. Se il 3 novembre riesce a segnare un gol al Porto, sarà il più anziano di sempre, che fa rima con marziano: il Gagarin del pallone.

Fonte Repubblica.it

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