Milan agli ottavi nel segno di Maldini: il ritorno tra le grandi d’Europa grazie alla bandiera che ha vinto 5 Champions

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MILANO — Per il Milan, cancellata la batosta di Torino, è stata la serata europea più felice a San Siro in quasi dieci anni. È stato anche il trionfo di Paolo Maldini. Oltre a rappresentare il ponte ideale tra passato e futuro, lui che entrò a Milanello da calciatore nel pre Berlusconi e che da dirigente sta pilotando benissimo il post, può illustrare meglio di chiunque altro il percorso in atto. L’obiettivo dichiarato è tornare sul tetto d’Europa e non è detto che non possa accadere prima del previsto, anche se il divario economico con i club più ricchi del continente resta un ostacolo oggettivo. Essere la mina vagante della Champions è il traguardo immediato: Maldini stesso, capitano dei tempi in cui il Milan vinceva titoli in Europa e nel mondo, ha reso esplicito il piano con evidente soddisfazione. Finalmente si può parlare di qualcosa di più serio, ha detto. La Champions è la cosa più seria, nel calcio dei club. Il Milan è tornato a casa.

Milan, San Siro esaurito e l’entusiasmo ritrovato

Ancora una volta, quest’anno, lo stadio è sembrato troppo piccolo per contenere la ritrovata voglia di calcio della città, che ha di nuovo le sue due squadre tra le prime sedici d’Europa, data la qualificazione anticipata dell’Inter. La sensazione è che il Meazza si sarebbe riempito anche se la capienza fosse stata di centomila posti, invece dei settantacinquemila attuali. Il tema si riaffaccia prepotentemente, mentre è in corso il dibattito pubblico sul destino dello stadio. Appare più che emblematica la scena finale, coi giocatori e Pioli al centro del campo ad abbracciarsi e San Siro pienissimo e festante. Se verrà abbattuto, come Milan e Inter progettano e come il sindaco Sala ha confermato di volere fare, l’abbassamento della capienza del futuro impianto a poco più di sessantamila posti, con drastica riduzione di quelli popolari, non sembra la scelta migliore. 

Milan, contro Messi nel 2013 l’ultima apoteosi

Per ora i milanisti pensano comprensibilmente ad altro. Dal punto di vista storico, il formidabile 4-0 al Salisburgo, con l’aggiunta del palo di Hernandez, della traversa di Leao e del gol annullato a Giroud per fuorigioco, rimanda al 20 febbraio 2013, quando la squadra all’epoca allenata da Allegri vinse 2-0 contro il Barcellona nell’andata degli ottavi di finale della Champions, gol di Boateng e Muntari. Anche allora San Siro festeggiò estasiato. Ma quella era una versione un po’ crepuscolare del Milan, agli ultimi bagliori del ciclo Berlusconi, con una formazione che teneva assieme qualche antico campione e qualche suo emulo, aggrappandosi alla gloria e allo status di nobile. Poi, al ritorno al Camp Nou, Messi ammutolì tutti, trascinando il Barça al 4-0 e inaugurando di fatto la decennale fase del rossonero stinto nelle coppe.

Milan, Real e Tottenham temono Pioli

Oggi è tutto abbastanza diverso, perché il Milan ha cambiato appunto status. Adesso che è rientrato nell’olimpo quasi da outsider, non ha più obblighi di risultato, anzi ha il vantaggio della leggerezza: è giovane, fresco e soprattutto affamato, come l’ha definito l’uomo che più di tutti incarna il nuovo ciclo: Paolo Maldini. Nessuno sarà contento di affrontare il sempre più ispirato Pioli, tattico duttile (vedi difesa a tre per consentire a Hernandez di diventare senza pensieri padrone della fascia sinistra). Al di là delle suggestioni per i possibili incroci negli ottavi di finale a febbraio 2023 (col Real Madrid di Ancelotti, col Tottenham di Conte) e della speranza sussurrata a Milanello di affrontare un’avversaria portoghese (il Porto o il Benfica, che però ha vinto non per caso il girone con Psg e Juventus), il Milan (col Psg) sarà il peggiore avversario per chi, vincendo il proprio girone, confidava in un sorteggio più morbido.

Rinnovo di Leao, la situazione

Dello stato di grazia dell’ambiente raccontano anche alcuni eventi collaterali: non tanto il commento soddisfatto da lontano del proprietario americano Gerry Cardinale, che tuttavia lascia prefigurare investimenti sul mercato in linea con gli introiti garantiti dal passaggio del turno, quanto il gesto di Leao, che ha risposto al saluto della curva toccandosi il petto, al momento di lasciare il campo per la passerella anticipata, sostituito da Messias. In altri momenti sarebbe sembrato un gesto automatico, per quanto sentito. Stavolta invece è diventato un indizio manifesto della volontà del gioiello portoghese di restare, cioè della firma sul rinnovo del contratto prima della partenza per il Mondiale: manca una decina di giorni, ogni momento potrebbe essere quello buono.

Milan, Kalulu sogna di andare al Mondiale

A proposito di Mondiale, la vetrina della Champions ha fornito indicazioni chiare ai ct che la osservavano con attenzione. Hernandez ha trovato collocazione ideale sulla fascia sinistra da esterno-ala, senza compiti difensivi particolari da terzino, visto che le linea a tre Kalulu-Kjaer-Tomori proteggeva nel migliore dei modi Tatarusanu: un’ottima prospettiva per la Francia di Deschamps, che non potrà certo non portare questo Giroud in Qatar e su Kalulu come possibile sorpresa dell’ultima ora starà probabilmente meditando. Tomori si è guadagnato ulteriore stima da Southgate per la lista dei 26 dell’Inghilterra. Leao ha dimostrato a Santos di potere fare il titolare nel Portogallo. Kjaer ha rallegrato Hjulmand, stratega della Danimarca. Rebic avrà alimentato inconfessabile rimpianto in Dalic, che lo ha escluso dalla Nazionale croata per il noto diverbio. Soltanto De Ketelaere, comparsa nei minuti finali, si è allontanato dai primi undici che ha in testa Martinez per il suo Belgio. Postilla extra Mondiale: la Primavera di Abate si è qualificata a sua volta per gli ottavi di finale della Youth League, vincendo il girone: la buona semina non si è fermata alla prima squadra.  

San Siro sold-out e il nuovo stadio di Milano

La cosa più bella del felice mercoledì milanista, comunque, resta il pieno afflato con San Siro. Lo ha sottolineato con malcelata invidia anche l’allenatore avversario. Jaissle ha rivelato di averne parlato con Pioli. Il quale ha a sua volta ammesso come il ruolo del Meazza, trascinato dal gioco entusiasmante della squadra ma anche trascinatore, sia ormai un incontestabile punto di forza in campionato e in Champions. C’erano quasi tremila persone ad aspettare il pullman prima della partita, davanti al garage di San Siro: numeri che ricordano gli albori del ciclo di Sacchi. Ma i numeri che più contano riguardano le presenze allo stadio. Otto volte su nove, nelle gare casalinghe, il Milan ha superato quota settantamila. La nona coincide con la partita con la Dinamo Zagabria, quando il conteggio si è fermato poco più di sessantunomila biglietti venduti, ma soltanto per ragioni di sicurezza, legate ai temuti ultrà croati. Anche l’Inter viaggia più o meno sulle stesse cifre. Abbassare a poco più di sessantamila spettatori la capienza del futuro stadio, riducendo di quasi un terzo gli attuali posti popolari, è certamente una necessità dei club per rendere sostenibile l’investimento e generare più introiti estendendo il numero dei posti più cari. Ma per Milano, la città più europea d’Italia e più avvezza agli spettacoli internazionali, non sembra affatto una grande idea.           

Fonte Repubblica.it

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