Metodo Clairefontaine: formazione ed export, ecco i segreti del successo della Francia

Metodo Clairefontaine: formazione ed export, ecco i segreti del successo della Francia

Oltre ai 253 della Ligue 1, ci sono 106 calciatori francesi sparsi tra i cinque campionati più importanti al mondo: significa che Deschamps ha una base per formare almeno tre squadre competitive, tenendo conto che almeno una quarantina di quelli che giocano all’estero vanno considerati nel giro della nazionale. I francesi sono il contingente straniero più nutrito in Premier (28) e in Bundesliga (35) e il secondo in Liga (22) e Serie A (21). Per dare una misura, di italiani all’estero ce sono in tutto 9, tra cui due nati e cresciuti nel Paese in cui giocano (i tedeschi Grifo e Caligiuri), due brasiliani naturalizzati (Jorginho ed Emerson) e due portieri di riserva (Gollini e Mannone). In pratica, abbiamo solo tre elementi di scuola italiana nei campionati d’élite: Donnarumma e Verratti al Psg e Ogbonna al West Ham.

Il confronto spiega molto della salute delle due nazionali. La Francia ha una sovrapproduzione di campioni, perché l’esistenza stessa del suo movimento calcistico si basa essenzialmente sulla produzione e l’esportazione di calciatori. Solo il Brasile ha un numero di espatriati superiore (1.287 a 946). Il Lille (+349 milioni) e il Lione (+247) sono le società europee che nelle ultime dieci stagioni hanno accumulato il più alto attivo di mercato, eppure una ha vinto il campionato nel 2021 e l’altra è stata semifinalista di Champions nel 2020. I club italiani, negli ultimi cinque anni, hanno speso all’estero 910 milioni più di quanto abbiano incassato. La bilancia commerciale della Francia, al contrario, è in attivo per 690 milioni. In pratica, i francesi hanno messo da parte un miliardo e mezzo più di noi con l’import-export di giocatori e hanno la nazionale campione del mondo, la più giovane della storia dopo il Brasile del 1970. Capita che scivolino su una buccia di banana (agli Europei anche a loro è stato fatale un rigore sbagliato contro la Svizzera), ma il ricambio del talento e il livello di competitività del calciatore francese medio, abituato a bazzicare campionati di vertice e coppe internazionali, assicurano il mantenimento della competitività ai massimi livelli.

L’origine di tutto questo è una sola: la cura dei settori giovanili. Dei 736 partecipanti al Mondiale del 2018, 52 si sono formati nei vivai francesi e l’Île de France, cioè la zona di Parigi (da dove vengono 13 degli ultimi 23 convocati), è considerata la più grande riserva mondiale di giocatori di talento insieme all’area di San Paolo, Brasile. Al centro dell’Île de France c’è Clairefontaine, il centro tecnico federale dove viene educata la crema dei giovani transalpini e che è considerata la scuola di calcio migliore al mondo. Entrarci è difficilissimo: per migliaia di pretendenti, ci sono tre classi (i tredicenni, i quattordicenni e i quindicenni) ognuna di 23 allievi. Il corso dura tre anni: dal lunedì al venerdì i ragazzi vanno a scuola la mattina e si allenano al pomeriggio, mentre nel weekend tornano a casa per giocare nelle loro squadre di club, come faceva Mbappé col Bondy. Chi non rende a scuola non viene confermato e nemmeno l’indisciplina è tollerata (Martial venne espulso, ai suoi tempi). 

Attorno a Clairefontaine, dove sono cresciuti anche giocatori di altre nazionali come il marocchino Benatia o il portoghese Guerreiro, gravitano 14 centri regionali di pre formazione (ce non sono anche a Guadalupa e Reunion), i cosiddetti Pôles Espoirs, in cui si applicano gli stessi principi didattici. Ma la cosa più importante è che anche le accademie dei club professionistici si sono allineati al “metodo Clairefontaine”, cosicché in Francia esiste una sorta di cultura nazionale del calcio. 

I centri federali nacquero su input di Stefan Kovacs, allenatore del grande Ajax, alla fine degli anni 70, quando i francesi fallirono la qualificazione ai Mondiali ’70 e ’74: un decennio più tardi (1984) la Francia diventò campione d’Europa. La seconda grande crisi (i Bleus saltarono i Mondiali ’90 e ’94) venne preceduta dall’inaugurazione di Clairefontaine, aperto nel 1988: un decennio dopo, la Francia diventò campione del mondo. Al disastro del 2010, con il tragico ammutinamento di Knysna in Sudafrica, la federazione reagì implementando un metodo didattico completamente nuovo: ribaltò la piramide delle priorità e al primo posto passò l’aspetto educativo (fair play, rapporto con arbitri e tecnici, ecologia), al secondo l’intelligenza di gioco, al terzo la tecnica pura, al quarto il senso del collettivo e solo al quinto l’aspetto atletico, che prima era prioritario. Otto anni dopo la Francia di Mbappé, allevato con quei principi, è tornata campione del mondo.

Fonte Repubblica.it

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