Messi, pianto d’amore o soltanto di nostalgia

Ci sono amori che durano tutta una vita, ma nessuna storia più è per sempre. Abbiamo visto un papa lasciare il pontificato, figurarci se non possiamo concepire Messi che se ne va dal Barcellona. Il dispiacere, quello è un’altra cosa. La nostalgia, quella che ti sorpassa a destra, ti si piazza davanti e già ti dice che, comunque vada, niente sarà bello come è stato, anche quella, è un peso, non un ostacolo. Messi non va via leggero, porta con sé l’irripetibilità delle cose che accendono l’esistenza: la sorpresa, il trionfo, il bene reciproco e incondizionato. Si può piangere per molto meno, ma anche separarsi nonostante tutto questo. 

Nel momento in cui si realizza che il distacco è una realtà e non più un’ipotesi si spezza un legame non solo con l’altro, ma anche con se stessi. Sorge una momentanea impossibilità di immaginarsi il futuro. Per questo, tra tutti i sogni disponibili per una carriera che immagina ancora lunga, Messi ha scelto quello del tributo al Camp Nou, lo stadio che è stato la sua casa e dove tutta la famiglia accorreva per vedere lui, il bambino prodigio. Il Parco dei principi sarà un esilio di lusso, i parigini e i qatarioti i compratori della perla, non gli allevatori dell’ostrica. Barcellona ha fatto Messi un grammo in più di quanto Messi abbia fatto il Barcellona. Non si fanno i conti quando ci si è amati davvero, si va via lasciando mobili, soldi, possibilità per la strada e li raccolga chi può. Tocca a chi sta fuori, a chi ha voluto bene a entrambi, prendere le misure alla responsabilità e a una sofferenza comunque ben remunerata. Si adoravano, ma non potevano proseguire: erano cambiate le leggi, si era stretta la casa, i figli erano già cresciuti e andati lontano. Neanche un minuto di non amore. Neanche quando Messi mandò il burofax l’estate scorsa? Quando era stanco di rambla e di guerra? Capita, poi si torna indietro, un po’ perché il mondo fuori non dà garanzie, un po’ perché si è conosciuta una sola famiglia.

Succede a uomini meno noti e talentuosi. Anche per loro il rientro non dura. Era solo una proroga, l’illusione che il tempo supplementare fosse un’altra partita, e un’altra ancora, fino alla fine. Questa, è la fine. Milioni di magliette blu e granata con il 10 in oro rappresentano ormai il passato. I bambini che le indossavano le svestono cercando un nuovo ideale. Uno di loro, il più grande, cerca di fare altrettanto, ma quella è la sua pelle. “You cry for yourself, argentino”, potrai vincere un mondiale in Qatar, ma lo sai che la musica si spegne qui. 

Fonte Repubblica.it

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