Messi a Parigi: non gli resta che piangere

BARCELLONA Leo Messi venne calcisticamente al mondo proprio nella notte di un trofeo Gamper, l’unica con la Juve prima di questa: era l’agosto del 2005 e Rijkaard lanciò un ragazzetto di diciott’anni che aveva già fatto balenare la stagione precedente. Lo mise all’ala destra, dove fece ammattire il terzino sinistro Balzaretti. A fine partita, il tecnico bianconero Capello chiese ai dirigenti del Barcellona se poteva avere in prestito per una stagione quel piccolo fenomeno: ovviamente gli risposero di no. I giornalisti italiani domandarono di parlare con il minuscolo genio e il permesso venne accordato: si presentò in zona mista un pulcino timidissimo che rispondeva a monosillabi fissandosi la punta delle scarpe. Quindici anni dopo, e sempre con la Juve di mezzo, il più forte giocatore del mondo ha imparato a non vergognarsi quando deve parlare in pubblico ma non a controllare l’emozione: l’addio al Barcellona l’ha dato un singhiozzo dopo l’altro, tamponati con il fazzoletto che gli passa la moglie Antonella. «Non ero preparato a questo». È stato «un baldazo de agua fria», una secchiata di acqua gelida tra le lacrime calde.

Leo Messi in lacrime: il pianto del campione prima dell’ultima conferenza stampa con il Barcellona

È mezzogiorno e qualcosa, quando Messi saluta. È un saluto di pace, una separazione morbida, quasi una fine naturale: non accusa nessuno di tradimento, accenna appena a un dubbio («Io ho fatto di tutto per restare, il club non so») ma lascia il Barcellona tenendosi il Barcellona attorno: gli hanno concesso il Camp Nou (l’Auditorio 1899, una sala da 900 posti), hanno attrezzato una bacheca monumentale con i 35 trofei vinti in blaugrana, gli hanno concesso la diretta streaming sul sito e la corona dei compagni di squadra e di due vecchi amici come Puyol e Xavi. Fuori ci sono un cielo d’acciaio, freddo e pesante, che non c’entra niente con l’estate catalana, e qualche centinaio di tifosi che lo vogliono salutare ancora e che intanto applaudono tutti eccetto Pjanic: «Vattene alla Juve!». Non sono le scene di un divorzio, c’è piuttosto un senso di ineluttabilità. «L’anno scorso volevo andarmene, ma adesso volevo davvero restare: le regole della Liga e i debiti del Barcellona non lo hanno permesso, anche se avrei rinunciato a metà dello stipendio». È come se si fosse arreso al destino, o forse era il reciproco bisogno di trovare un motivo per smetterla qui. Non c’è animosità, nemmeno a sera tra i 2.924 tifosi che hanno avuto il privilegio di accedere all’Estadi Johan Cruyff, il gioiellino su cui s’affacciano gli alloggi della Masia, dove abitò anche il bambino Messi, e sulle cui pareti sono virgolettate le tavole della legge che Cruyff dettò al mondo Barça. Primo comandamento: “Se la palla la tieni tu, non la tiene l’avversario”.

Messi dice di voler vincere ancora. «Mi manca almeno una Champions». Ci proverà a Parigi, non è più un mistero: «È una possibilità, ma in questi giorni si sono fatti sentire in tanti». Al Psg confidano di chiudere la faccenda già entro domani, con un triennale da cento milioni che per Messi saranno un gran consolazione, lui che ieri era così preoccupato dall’idea di cominciare una nuova vita dopo che per 23 anni non ha fatto altro che passare le giornate a Sant Joan Despì o a casa coi suoi tre bambini. «È un cambiamento difficile per la mia famiglia ma ci adatteremo. Dobbiamo accettare, assimilarlo, ricominciare da zero».

L’emozione di Leo Messi, la conferenza di addio al Barcellona: “Non ero pronto, volevo restare”

Quando ha smesso di parlare, e ricominciato a piangere, il cielo di Barcellona si è colorato di celeste, come fosse un omaggio. E a sera il suo addio è stato trattato senza rancore, senza stupore, davvero come se fosse un momento della vita e niente altro. Alla presentazione al pubblico della rosa blaugrana maschile e femminile (di nuovo fischi a Pjanic, oltre che a Umtiti e Coutinho) l’unico 10 rimasto era Jennifer Hermoso, una fuoriclasse alta, algida, elegante: niente a che vedere con quel modo di giocare quasi disperato che ha Messi quando gli arriva la palla e sente su di sé il peso del mondo. Nessuno ha fatto finta di niente, ma poi perché avrebbe dovuto. Koeman ha ammesso che «nonostante l’addio di Messi (ovazione) il futuro di questo club sono sempre i giovani», mentre il nuovo capitano Busquets a momenti stava per piangere pure lui: «Grazie di tutto Leo. Grazie per averci portato in vetta, per aver fatto la storia, per essere stato il migliore del mondo. Ci mancherai molto. Grazie in eterno». Ovazione, ovazione, ovazione. Leo un giorno tornerà, l’ha già promesso, e intanto asciugherà le lacrime con la gioia del gioco: «Quando tornerò in campo, un poco di questa tristezza volerà via». Toglietegli il microfono, dategli un pallone. 

Fonte Repubblica.it

Condividi
Subscribe
Notificami
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Would love your thoughts, please comment.x
()
x
Available for Amazon Prime