Marco Rossi: “La mia Ungheria darà fastidio anche alla Germania. Con l’Italia non cerco rivincite, Mancini saprà risollevarla”

Marco Rossi: "La mia Ungheria darà fastidio anche alla Germania. Con l'Italia non cerco rivincite, Mancini saprà risollevarla"

Marco Rossi: "La mia Ungheria darà fastidio anche alla Germania. Con l'Italia non cerco rivincite, Mancini saprà risollevarla"

È nella 127 bordeaux di nonno Gino che l’attuale commissario tecnico dell’Ungheria, Marco Rossi, ha sentito parlare per la prima volta dell’Aranycsapat, la squadra d’oro, e del grande Ferenc Puskas, il calciatore che dà il nome allo stadio dove, lunedì prossimo, l’Italia disputerà l’ultima gara di Nations League: “Mi accompagnava ad allenarmi al Filadelfia ed era innamorato del Torino e dell’Ungheria. Mi raccontava spesso del 6-3 rifilato a Wembley dai magiari alla nazionale inglese”. Lo scorso 14 giugno, 60 anni dopo, la sua squadra è riuscita a ripetere quella grande impresa, umiliando l’Inghilterra a Wolverhampton con un perentorio 0-4. Prima della gara contro gli azzurri di Roberto Mancini, suo ex compagno di squadra, la capolista del gruppo 3 è attesa, domani, a Lipsia dalla Germania.

Non si può proprio dire che l’Ungheria abbia fortuna nei sorteggi. All’Europeo erano toccate Francia, Portogallo e la stessa Mannschaft. Anche il quel caso, però, avete fatto una gran bella figura.
“Evidentemente fa parte del mio karma (ride, ndr). Sono convinto che bisogna essere consapevoli della forza dell’avversario e che si debba rimanere sempre con i piedi per terra, coscienti di chi siamo e dove siamo. D’altro canto, misurarsi contro questo tipo di rivali è un’occasione di crescita, per migliorare e provare a confrontarci con i migliori calciatori a livello europeo e mondiale. Per quanto mi riguarda, poi, è un grande orgoglio stare sullo stesso rettangolo verde con giocatori e allenatori top che fino a pochi anni fa vedevo soltanto in tv”.
Ha lottato e sofferto molto per arrivare fin qui. Tanta Serie C nel suo curriculum. Le hanno pure chiesto di pagare in anticipo il suo stipendio che le sarebbe stato, poi, restituito mese per mese.
“Dopo l’ingiusto esonero dalla Cavese sono rimasto fermo un anno e mezzo ed è proprio allora che ho ricevuto questa specie di proposta che mi fece prendere la decisione di lasciare l’Italia non appena fosse arrivata l’offerta giusta. A un certo punto avevo anche pensato di mollare il calcio perché di qualcosa dovevo pur vivere”.
A Cava de’ Tirreni arrivarono a minacciare la sua famiglia.
“Hanno fatto qualcosa di più abietto e schifoso delle minacce, perché sputare in tribuna su mia moglie e mia figlia è una cosa che credo sia successa solo allora, né prima né dopo. Lì, però, c’era una situazione molto particolare gestita in maniera ancora peggiore dal presidente. Ma oramai è acqua passata. Appartiene ai ricordi, non quelli felici ovviamente, ma non vale nemmeno la pena di parlarne”.
Poi la depressione e i sensi di colpa. Ma, quando cominciava a considerarsi per sua stessa ammissione un fallito, è arrivata la telefonata dell’Honved.
“Era una situazione durissima perché non riuscivo a ottenere un lavoro. Credo sia una cosa normale per un uomo, qualunque cosa faccia nella vita, quando è disoccupato e non riesce a sostenere la propria famiglia. Mi sentivo inadeguato e, per questo motivo, l’opportunità di andare in Ungheria è stata una benedizione. Dalla mia, mi sono messo in gioco, anche perché all’inizio guadagnavo pochissimo. Non ce l’avrei fatta senza l’aiuto della mia famiglia perché hanno capito il momento, sia i miei figli che mia moglie su cui è ricaduto l’impegno della gestione familiare”.

Mentre ha allenato, in Italia non ha mai avuto un agente. Si è pentito di non averci pensato prima.
“Sono agenzie di pubblicità che ti offrono a destra e a manca, cercando di ottenere il meglio dal punto di vista economico, sia per se stessi che per i loro rappresentati, a volte anche trascurando un attimino l’aspetto professionale. Ma sono utili perché prospettano soluzioni che sarebbero difficili da avere senza di loro. Per quanto mi riguarda, non ne ho più tanto bisogno perché, oramai, chi mi vuole contattare sa dove trovarmi”.
Sta pensando già al prossimo miracolo?
“Con l’Ungheria ho un contratto lungo fino al 2025 e anche se ho una clausola di rescissione non ho intenzione di andar via. A differenza, però, di quanto fatto all’indomani dell’Europeo, quando declinai offerte e incontri con dirigenti della Premier, oggi le valuterei”.
Il presidente Orban si è detto orgoglioso della sua Ungheria. Ha paura di essere utilizzato come mezzo di propaganda?
“Non mi sono mai interessato di politica in Italia, figuriamoci in Ungheria. Da noi ho sempre sentito dire che il calcio è l’oppio dei popoli e, quindi, in qualche maniera, i successi della nazionale portano una ventata di euforia e entusiasmo al paese. Devo dire che con Orban ho un bellissimo rapporto basato esclusivamente sul calcio. È un intenditore come lo è il presidente della federazione e per questo loro possono parlare di calcio con me perché ne sanno. Io, invece, non parlo di politica perché non ne so nulla. Credo che, nel mondo, di tuttologi ce ne siano già abbastanza, dai virus alle guerre, lascio a loro il compito di pontificare”.

Peccato solo per la mancata qualificazione al Mondiale.
“Ancora adesso è un cruccio, perché abbiamo perso la possibilità di giocarci, quantomeno, il playoff per colpa delle due sconfitte contro l’Albania. È stata la pagina più triste da quando sono arrivato, ma, allo stesso tempo, è stato un punto di svolta perché abbiamo avuto voglia di reagire”.
Lucescu, Eriksson e Bielsa i suoi maestri. Cosa ha rubato a ognuno di loro?
“Di Eriksson ricordo la sua grande capacità nella gestione della leadership. Era molto bravo a gestire i calciatori più importanti e di maggior personalità. Lucescu, dalla sua, era bravissimo a migliorare i giovani, focalizzandosi sul lavoro specifico non solo tecnico, ma anche della tattica individuale. Bielsa, invece, era un maniaco della tattica e dello studio degli avversari”.
Il calcio di Marco Rossi in tre parole.
“Cuore, gruppo, disciplina tattica. È fondamentale metterci sempre il cuore, riuscire a creare un gruppo e rispettare una disciplina tattica in tutte le sue fasi, non solo quella difensiva”.
Visti da fuori, quali sono i problemi più importanti del calcio italiano.
“Non sono dentro e non mi permetto di dare giudizi mettendomi alla stregua dei tifosi da bar”.
Una cosa è certa: ai suoi tempi tutti volevano giocare in Serie A.
“A essere cambiata è la geografia del calcio. Quando giocavo io, i migliori volevano venire in Italia o, al massimo, andare al Real Madrid o al Barcellona. Oggi, invece, preferiscono l’Inghilterra perché la Premier è di gran lunga il miglior campionato del mondo”.

Dopo l’eliminazione dal Mondiale qualcuno ha chiesto la testa Mancini. Crede che il suo ciclo sia finito?
“L’Italia ha tanti giovani interessanti che, forse, non giocano tantissimo, ma che nel breve periodo giocheranno e, per questo, costituiscono una linfa vitale. Roberto, con le decisioni che sta prendendo, sta indicando la strada. L’opinione pubblica ha chiesto l’esonero scottata dalla mancata qualificazione, ma l’ossatura della sua nazionale è importante, esprime una qualità di gioco considerevole e se la può giocare con tutti. Non vedo davvero chi potrebbe sostituirlo. Se, come pare, è motivato e voglioso di riscatto, non credo che ci sia una persona più adatta di lui”.
Quando pensa all’Italia immagina la rivincita che vorrebbe e potrebbe prendersi lunedì o si accontenta di tornarci in vacanza?
“Mi accontento di tornarci in vacanza. Se all’inizio della Nations mi avessero detto ‘farai sette punti dopo le prime quattro giornate, scegli tu con chi farli’, avrei scelto proprio com’è andata a finire. Se dovevo perdere tre punti li avrei, infatti, lasciati volentieri all’Italia. Non ho rivincite da consumare o sensi di rivalsa. Sono consapevole di non essere stato fortunatissimo, ma anche io ci ho messo del mio perché non ho mai coltivato le relazioni in maniera tale da poter ricevere in cambio un’occasione. Dal 2012, però, da quando me ne sono andato in Ungheria è cominciata a girare anche per me la ruota della fortuna”.
Le piacerebbe, però, concludere la sua carriera di allenatore dove ha cominciato quella di calciatore?
“Se dovessi un giorno allenare il Torino, sarebbe davvero la chiusura perfetta di quel famoso cerchio iniziato quando mio nonno mi accompagnava al Filadelfia”.

Fonte Repubblica.it

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