Marco Branca: “Che ricordo quella tripletta al Verona. Ma per l’Inter sarà dura”

Marco Branca: "Che ricordo quella tripletta al Verona. Ma per l'Inter sarà dura"

MILANO – Per tre anni, a metà del decennio Novanta, è stato centravanti dell’Inter con una media di quasi un gol ogni due partite. Come responsabile dell’area tecnica nerazzurra, fra il 2003 e il 2011, Marco Branca ha vinto tutto compreso il Triplete nel 2010. “Contro il Verona l’Inter dovrà dimostrare che la vittoria allo Stadium non è stata un episodio in un periodo no, ma l’inizio di un gran finale di stagione. Il campionato è apertissimo. Occhio però, la squadra di Tudor è tosta”.

Con la maglia della Fiorentina lei segnò una tripletta al Verona. Cosa ricorda di quel giorno?
“Fu stupendo. Se chiudo gli occhi riesco ancora a rivivere l’emozione che mi diede la prima delle tre reti: il lancio di Massimo Orlando da cinquanta metri, io che mi faccio trovare al vertice destro dell’area di rigore, poi il tiro. Ma allora come oggi, la partita con il Verona non è mai facile”.

Quali sono i maggiori rischi per l’Inter oggi a San Siro?
“Tudor ha messo insieme una macchina da gioco che potrebbe rendere la vita complicata a chiunque. Una squadra che ti prende di petto e che non teme nulla. Prova sempre di fare la sua partita, cerca il gol, non si accontenta di perdere tempo e guadagnare campo. Inzaghi e i suoi dovranno essere bravi. E non solo oggi. Nel finale di campionato le partite facili non esistono”.

Cosa dovrà fare l’Inter da qui all’ultima gara della stagione per potere davvero sperare di raggiungere la seconda stella?
“Ritrovare forza fisica e convinzione. Fino a qualche mese fa dimostrava un’evidente superiorità rispetto a chiunque, tecnica, di forma e di motivazione. Deve tornare in fretta a quel livello. E manca concentrazione davanti. Su tre palle gol che hai a disposizione, per vincere devi metterne in porta due. All’Inter non sta succedendo”.

Da ex centravanti, soffre nel vedere tanti palloni sprecati in area da parte delle punte interiste?
“Più che altro mi immedesimo in loro. Ci siamo passati tutti noi attaccanti, in alcuni periodi sembra che la palla proprio non voglia entrare. Ai miei tempi ci dicevano che il segreto per sbloccarsi era non pensare troppo, giocare con leggerezza. Ma oggi un’indicazione simile ha poco senso. Agli attaccanti viene chiesto di fare tante altre cose, di pressare il gioco avversario, di palleggiare, di portare su la squadra. Devono conciliare l’aiuto al gioco e il cinismo. Grazie al lavoro del tecnico crea moltissimo. Serve la precisione nel momento topico”.

Chi vincerà lo scudetto?
“È impossibile dirlo. Il Milan ha un bel gruppo ma è troppo frenetico nel gioco. L’Inter ha avuto un calo, ma è l’unica squadra a essere stata davvero dominante per buona parte della stagione. Il Napoli ha più opzioni. Non riesco a stabilire una gerarchia. Sono tutte e tre dentro. La Juve avrebbe potuto approfittare del ciapa no generale ma non lo ha fatto”.

Fra le tre in testa, l’Inter sembra essere quella con il calendario più abbordabile.
“Arrivati a questo punto della stagione, la differenza non la faranno i calendari ma la singola giocata, l’episodio, la giornata. Anche le piccole squadre possono metterti in difficoltà e spesso lo fanno. In questa Serie A, a differenza che negli anni scorsi, nessuna delle squadre di vertice ha potuto contare su un attaccante potenzialmente da un gol a partita, come Cristiano Ronaldo o Lukaku. L’unico sulla carta è Osimhen, ma è spesso mancato”.

L’Inter a inizio stagione oltre a Lukaku ha ceduto Hakimi, realizzando un attivo fra entrate e uscite di 130 milioni abbondanti. Quanto si è indebolita dal punto di vista tecnico?
“Non ha perso molto. Quest’anno ha giocato molto bene, è stata a lungo superiore a ogni avversario. Poi si è un po’ inceppata. Ma ha dimostrato di non essere di per sé più debole rispetto alla scorsa stagione. Il merito è di tutti: club, tecnico, giocatori”.

Secondo lei è legittimo da parte del club chiedere a Inzaghi lo scudetto?
“L’Inter per storia e tradizione deve sempre partecipare al campionato per vincerlo, tanto più se ha vinto l’anno prima. E anche quest’anno ha la chance per farcela. Deve ricucire il filo che si è spezzato lo scorso 5 febbraio con la sconfitta nel derby. Vedremo se la vittoria allo Stadium sarà bastata”.

L’Inter può pensare di continuare a vincere anche facendo sessioni di mercato in equilibrio, in cui spende al massimo quel che incassa?
“Può funzionare, a patto di programmare per tempo le operazioni, sia in entrata sia in uscita. Se le alternative individuate per compensare le cessioni sono raggiungibili economicamente e adatte tecnicamente, si può continuare a vincere anche cambiando. Certo, serve anche un po’ di fortuna. Non tutti i giocatori si inseriscono con uguale facilità in un contesto nuovo”.

Il mercato che portò alla vittoria del Triplete lo chiudeste con un saldo positivo.
“Sì, non molto, ma qualcosa rimase in cassa. Vendemmo Ibra per 50 milioni cash più il cartellino di Eto’o, valutato 25. Con quei soldi prendemmo Lucio per 5 milioni, Snejder per 15, Milito e Motta per 18 complessivi, più dei giovani come contropartita. Poi arrivò a gennaio Pandev dalla Lazio. Fummo tutti contenti compreso Ibra, che non fece mistero di sognare il Barcellona”.

Voi non aveste paura a salutare Ibra. Anzi, proprio dalla sua cessione nacque la squadra che poi vinse tutto. Ci sono i giocatori di cui l’Inter non dovrebbe privarsi nemmeno per cifre altissime?
“Oggi in Serie A a fronte di offerte molto importanti sono tutti cedibili. Vale per l’Inter come per gli altri club. Se ti succede di potere portare a casa 115 milioni per Lukaku, devi venderlo e in fretta. L’importante è potere reinvestire una parte consistente di quel che si incassa. All’Inter lo scorso anno non è successo, ma la situazione potrebbe migliorare nel tempo”.

Come faceste a convincere giocatori così forti a scegliere l’Inter in una sola sessione?
“Fu il frutto del lavoro di molti mesi, addirittura anni nel caso di Eto’o. Gli facevamo la corte da tempo. Non perdevo occasione per fargli sapere che ci interessava e che lo avremmo voluto a Milano. Quando finalmente chiudemmo l’affare, tutti in squadra lo accolsero con affetto. Non era scontato che venisse da noi, ma avevamo un presidente fantastico, una dirigenza competente, un grande allenatore”.

Quale fu l’operazione di mercato che ricorda con maggior orgoglio e soddisfazione?
“Tutte, a partire dalla prima: l’arrivo di Cambiasso a parametro zero. Ma non so scegliere. Sono stato fortunato, ho preso giocatori molto bravi, che erano campioni o che lo sono diventati. E voglio bene anche a chi non è poi stato all’altezza della situazione”.

Cosa dovrebbe fare l’Inter sul mercato?
“Lascio volentieri l’incombenza a Beppe Marotta e al mio amico Piero Ausilio. Sono bravi e sanno quel che va fatto, anche se oggi non è facile. Con l’introduzione del Financial fair play il calcio è cambiato. I dirigenti sportivi, in Italia e in Spagna soprattutto, sono diventati le figure centrali nei club. Devono muoversi su cifre certe. Sono fondamentali non solo sul mercato ma anche nella gestione ordinaria. Non si possono più fare spese pazze nemmeno quando si avrebbero i soldi a disposizione”.

Il nuovo assetto dei vincoli finanziari presentato dalla Uefa sposta il focus dal solo pareggio di bilancio al sistema complessivo dei costi e dei debiti. Pensa possa essere utile?
“Con la regola del 70 per cento massimo di spesa sull’incasso, sarà ancora severo il margine di movimento possibile sul mercato. La sostenibilità, parola di moda, ora diventa davvero una necessità. Il sistema dovrà adeguarsi”. 

Fonte Repubblica.it

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