L’invasione della tecnologia, nessuno capisce più il Var

Un consulto di tre minuti, una raffica di replay una partita che dura 103 minuti e 36 secondi. E, poche ore prima, un rigore concesso contro il difensore in possesso di palla, che non fa assolutamente nulla di irregolare. “Questo non è calcio”, diceva Mourinho una settimana fa dopo che il Var aveva tolto alla sua Roma un gol da tre punti. “Questo non è calcio” hanno detto Mihajlovic e Juric sabato. Persino Sarri, che quel rigore lo ha ricevuto in dono, non la pensa tanto diversamente.

C’è una frase, nell’analisi del furibondo Ivan Juric dopo il pareggio negato al 90′ al suo Torino contro il Venezia, che pare straordinariamente lucida: “Non è facile capire”. È esattamente la sensazione che resta dopo le ultimissime settimane. Non è facile capire perché – al di là degli errori dei singoli arbitri – ciò che sta diventando di sempre più difficile comprensione è la logica che muove le decisioni del Var. Più banalmente, il “protocollo” di intervento della tecnologia. Introdotta per sanare gli errori “chiari ed evidenti”, limitata alle situazioni estreme, agli svarioni, a quei casi in cui tutto il mondo sa che l’arbitro ha sbagliato, tranne l’arbitro stesso. In un quinquennio è diventata altro: la vivisezione di ogni singola azione, e di ogni gol: una ricerca compulsiva di irregolarità. E soprattutto, sta invadendo un aspetto che nelle premesse sarebbe dovuto rimanere inviolabile: quello del dubbio.

Prendete il gol del Torino, poi annullato. Tutto ruota intorno a un dubbio: la posizione di fuorigioco di Pobega è attiva? Il Var ha impiegato due minuti e mezzo di revisioni prima di richiamare l’arbitro Giua al monitor. E quello ha dovuto rivedere l’immagine almeno tre volte: tra l’altro, anche dopo aver preso la decisione si è rigirato verso il monitor, come colto da un dubbio. È un errore chiaro ed evidente, dunque? Un discorso simile lo avevamo affrontato una settimana fa, con la doppia interpretazione sui falli prima dei gol di Zaniolo (Roma-Genoa) e Giroud (Inter-Milan). La spiegazione “tecnica” sul perché l’arbitro sia intervento è chiara. Ma la “tecnica” sbatte contro la logica di un osservatore che guarda e fatica a capire. Alimentando così la sensazione che il calcio si sia diviso in due sport diversi: quello giocato e quello al video. In diretta, nessuno si sarebbe sognato di annullare il gol del Torino. La lente ha scovato una scarpa in offside, una vivisezione fotogramma per fotogramma ha deciso che Pobega faceva “blocco” su Caldara. Chi è in campo, però, non capisce. 

A dirla tutta, non è che si fatichi a capire solo il Var. Prendete l’arbitro Piccinini, che all’Olimpico in Lazio-Bologna vede da rigore un braccio largo di Soumaoro che porta la palla fuori dall’area senza alcun rischio di perderla. Ha sbagliato, magari pagherà. Ma il sospetto è che un errore così marchiano sia frutto del timore di essere “corretto” dalla vivisezione della tecnologia. 

L'invasione della tecnologia, nessuno capisce più il VarFonte Repubblica.it

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