L’Inter e il bicchiere mezzo pieno. Undici partite come ad Anfield per giocarsi lo scudetto

L'Inter e il bicchiere mezzo pieno. Undici partite come ad Anfield per giocarsi lo scudetto

Jurgen Klopp ha reso il favore. Simone Inzaghi dopo la sconfitta di San Siro si disse sollevato del fatto di non dovere incontrare il Liverpool tutte le domeniche. L’allenatore dei Reds, che ad Anfield non perdeva dal 7 marzo 2021, incassato lo 0-1 ha scandito: “Sono felice di non dovere affrontare l’Inter ogni settimana, è un’avversaria molto delicata da trovarsi davanti. Sono combattenti, sono guerrieri”.

Se lo dice Klopp

Il satanasso di Stoccarda non è nuovo a uscite simili. Fa parte della sua natura istrionica, in cui convivono generosità ostentata e ferocia agonistica. Ai quarti vanno i reds e non i nerazzurri, su questo non ci piove. Ma quella dell’Inter, pur fugace e insufficiente dal punto di vista della qualificazione, è gloria vera. La squadra di Mané e Salah, ancora in corsa per i quattro trofei stagionali, in questa Champions aveva un record perfetto e non lo ha più. Ha il miglior attacco della Premier League, e nel campionato più difficile del mondo è virtualmente a tre punti dalla vetta. Eppure ha perso. Le parole di Klopp sono quindi una constatazione: questa Inter è meglio non trovarsela davanti. E se è valso per il Liverpool, in quello che con ogni probabilità è lo stadio più difficile del mondo da espugnare, è logico che valga per le prossime avversarie di Handanovic&Co. in Serie A.

Undici partite per lo scudetto

Nell’ordine, a partire da domenica, l’Inter dovrà affrontare: il Toro a Torino, la Fiorentina a San Siro, la Juventus allo Stadium, il Verona al Meazza, lo Spezia a la Spezia, la Roma a Milano, l’Udinese a Udine, l’Empoli in casa dei nerazzurri, il Cagliari in Sardegna e la Sampdoria, nell’ultima trasferta della sua stagione. Nessuna delle squadre citate schiera sulle fasce Alexander Arnold e Robertson, né può permettersi di inserire a gara in corso Luis Diaz. Sta quindi ai nerazzurri dimostrare che quello di Anfield non è stato un fuoco di paglia. È padrona del proprio destino sia dal punto di vista dell’aritmetica – è seconda in classifica due punti dietro il Milan ma ha ancora da recuperare la gara a Bologna – sia sotto l’aspetto tecnico. Molto dipenderà dalla capacità di Simone Inzaghi di far vedere ai suoi il bicchiere mezzo pieno della vittoria dove da un anno non vinceva nessuno, e non quello mezzo vuoto del mancato passaggio di turno.

La necessaria messa a punto

Alla Pinetina l’allenatore, in vista di rinnovo fino al 2024, dovrà lavorare su quello che ad Anfield non ha funzionato. Pochissimo, a dire il vero. Qualche incertezza inevitabile del portiere e capitano, che comunque ha tenuto la rete inviolata. Il gol mangiato da Lautaro, che si è però fatto subito perdonare segnandone uno di quelli che restano nella memoria. E soprattutto la testa di Sanchez, non intesa in senso letterale (nessuno pretende incornate vincenti da un giocatore alto 1,67) ma metaforico. Brontolone quando non gioca, il cileno ha dimostrato di non sapersi gestire mentalmente nemmeno quando viene messo in campo dal primo minuto. Il doppio giallo che ha lasciato i nerazzurri in dieci è imperdonabile. E sarà interessante vedere se qualcuno avrà ancora il coraggio di criticare l’allenatore per il fatto di sostituire in modo quasi automatico i giocatori ammoniti. Lo avesse fatto anche a Liverpool, forse sarebbe finita in altro modo. O forse no. Ma a questo punto poco importa, mezzo pieno o mezzo vuoto che sia il bicchiere, è comunque acqua passata.

La chiarezza degli obiettivi

Il principale obiettivo stagionale dell’Inter è il ventesimo tricolore, con annessa seconda stella sulle maglie. Lo era anche prima della doppia sfida col Liverpool. Lo ha detto chiaro e più volte Beppe Marotta: “Non dobbiamo avere paura a essere ambiziosi. Dobbiamo dirlo che vogliamo vincere lo scudetto”. Un approccio molto diverso rispetto a quello di Stefano Pioli, per cui la meta dichiarata è fare più punti dell’anno scorso. Nel maggio 2021 arrivò a 79, quindi se dovesse chiudere a 80 o più lo considererebbe un successo, indipendentemente dalla posizione. Per l’Inter il gioco non funziona. Che riesca nell’impresa di superare il punteggio della stagione vittoriosa di Hakimi e Lukaku è impossibile: 91 sono tantissimi, vincendole tutte da qui alla fine del campionato arriverebbe a pari. Ma in bacheca finiscono i trofei non i punti, e tanto basta.

Fuori Sanchez, torna Dzeko

Per arrivare alla seconda stella l’Inter deve sapere fare con continuità da qui alla fine del campionato quel che finora ha fatto a tratti, e che a Liverpool ha condensato in una sola partita. Skriniar, De Vrij e Bastoni – con l’aiuto di pali e traversa – hanno reso inoffensivi due degli esterni d’attacco più forti al mondo. Il centrocampo non è crollato, anzi, di fronte alla squadra che meglio di tutte sa proporre il gegenpressing, specialità della cucina dello Chefkoch Klopp. Lautaro, dopo essersi ampiamente sbloccato con la tripletta inflitta alla Salernitana, è tornato al gol. Ce n’è abbastanza per prendersi il campionato, a patto di non perdersi per strada. Tanto più che da domenica a Torino con ogni probabilità tornerà al suo posto Edin Dzeko, con buona pace del numero 7 cileno.

Fonte Repubblica.it

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