Le magnifiche 7, guida al nuovo campionato. L’enigma di Simone, portare l’Inter oltre Lukaku

È probabile che nel nostro calcio non ci sia mai stato un rompicapo tecnico come quello che la dirigenza italiana dell’Inter sta affrontando quest’estate. La sottolineatura sulla dirigenza italiana serve a separare parti in commedia e responsabilità di fronte a un evento-choc come il ridimensionamento fulmineo di una squadra campione d’Italia: c’era ancora l’eco dei tappi di champagne quando il presidente Zhang ha chiesto (inutilmente) ai giocatori un robusto taglio di stipendio, trattando nel contempo la buonuscita di Antonio Conte perché, viste le premesse, non c’erano margini per farlo rimanere. Certo, Marotta e Ausilio avrebbero potuto dimettersi, rimarcando la loro distanza dalla proprietà e lasciando a nuovi manager il compito di smantellare la squadra per ridurre il debito: ma se oggi parliamo “solo” di ridimensionamento, o meglio di rompicapo tecnico per ripartire con una squadra il meno indebolita possibile, è perché la dirigenza italiana ha accettato il sudoku legato ai guai di Suning. La strada maestra resta la cessione del club, ma questo è un tema riservato alla proprietà cinese. Nel frattempo, c’è un’Inter da riprogrammare e da gestire per uscire con meno danni possibile da questa congiuntura-trappola.

Sappiamo bene chi non c’è più. L’allenatore della vittoria col suo ufficiale di collegamento (la ditta Conte&Oriali), il giocatore decisivo del campionato scorso divenuto uno dei centravanti migliori del mondo (Lukaku), l’esterno più prolifico in termini di gol e assist (Hakimi) e, per motivi di salute e non finanziari, il regista dal quale ci si attendeva quest’anno l’ulteriore salto di qualità (Eriksen). Se ne è parlato parecchio, anche perché le cifre ottenute per Lukaku e Hakimi hanno fatto dire a molti che sarebbe stato corretto venderli pure senza la crisi, tanto sono elevate. Di quelle cifre è stata e sarà reinvestita una parte non maggioritaria. L’Inter fin qui ha pagato soltanto il cartellino di Denzel Dumfries, più o meno 15 milioni a seconda dei bonus che scatteranno, mentre Calhanoglu è arrivato gratis, Dzeko quasi e Di Marco – sostituto di Young, addio di cui non parla nessuno e non è giusto, perché l’inglese si è ampiamente guadagnato la pagnotta a sinistra – è rientrato alla base dal prestito veronese.

Tre di questi cambi assecondano una logica sostitutiva. Dumfries sviluppa potenza dove Hakimi era un campione di agilità, ma l’interpretazione del ruolo è quella, un occhio alle necessità difensive e poi via a tavoletta per ispirare/appoggiare la fase offensiva. All’Europeo è stato l’olandese più in vista – ha segnato pure due gol – mostrandosi a suo agio come esterno di un centrocampo a cinque: non era scontato visto che nel Psv ha sempre giocato terzino in una difesa a quattro. L’olandese era già piaciuto al management interista nei due confronti diretti del girone di Champions 2018, e il passo indietro rispetto ad Hakimi – che c’è – dovrebbe risultare limitato. Dumfries ha piedi peggiori, il che vuol dire minore partecipazione al gioco e meno cross, ma uno stacco decisamente migliore: in una squadra come l’Inter, ricca di fortezze volanti sui calci piazzati, un saltatore in più può mandare all’aria castelli difensivi tarati sui vecchi schemi. Sull’altro versante, Dimarco come Young è più incursore che difensore, ma nelle gare da vincere a tutti i costi il titolare sarà certamente Perisic.

Hakan Calhanoglu è stata la classica occasione colta al volo nel momento di bisogno. Detto che la speranza di rivedere in campo Eriksen non è ancora archiviata, l’Inter ha soddisfatto le pretese di aumento sulle quali il Milan nicchiava e si è portata a casa un trequartista differente da ciò che stava diventando il danese grazie al lavoro di Conte. Calha giocherà più avanti, segnerà più gol e aiuterà meno in fase difensiva: sarà una specie di Luis Alberto, se possiamo anticipare l’altro tema interessante, ovvero come Simone Inzaghi raccoglierà il testimone di Conte.

E siamo alla cessione più pesante, oltre che più redditizia: quella di Romelu Lukaku. Al di là delle mascherate di questi giorni, nelle quali ciascuno cerca di addossare all’altro la scelta di separarsi come se ai tifosi fuori dall’immediatezza dei social importasse qualcosa, la sensazione rimasta è che Lukaku non fosse una frontiera indifendibile. D’accordo: un consistente aumento di stipendio, il club che l’aveva rifiutato, la rivincita sul sogno giovanile infranto e tutto quel che volete, ma in sole due stagioni il centravanti belga era diventato l’anima dell’Inter, e nell’ingaggio di Dzeko non c’è davvero nulla di sostitutivo di questo.

È semplicemente un modo per prendere tempo con un signor giocatore che invecchiando vorrebbe fare altro – il play-maker offensivo – e che, rovesciando i ruoli imposti dalle strutture fisiche, proveremmo da assistente a un Lautaro prima punta. Non si è sempre detto che l’attaccante argentino ricorda da vicino il suo connazionale Sergio Aguero? Nelle quattro stagioni in cui hanno giocato assieme nel Manchester City, l’uomo d’area Aguero ha segnato 78 gol nella sola Premier mentre lo svolazzante Dzeko ne ha aggiunti 48 (l’ultimo anno rovinò la media, solo 4 reti). Ecco, in attesa di capire su quale altra punta verranno reinvestiti i soldi “avanzati” da Lukaku – e i nomi che si fanno sono talmente tanti e diversi fra loro da rendere impossibile una previsione tecnica – questa è l’ipotesi di lavoro che offriamo a Inzaghi.

Se l’anno scorso il giudizio sulle rose di Inter e Juve era simile, e a scavare il solco fu il mestiere di Conte sull’inesperienza di Pirlo, il ritorno di Allegri da una parte e la perdita di alcuni pilastri dall’altra sposta il pronostico in campo juventino. L’incognita di questa equazione si chiama Inzaghi, che dopo cinque anni di Lazio a velocità sempre buona, e a tratti ottima, ha fatto bene ad accettare la nuova sfida a prescindere dall’organico impoverito. La miglior difesa degli ultimi due campionati è rimasta intatta, due campioni d’Europa giovani e in continua crescita come Barella e Bastoni sono ancora lì, se riuscisse a connettere Brozovic a Calhanoglu sarebbe la riprova che le vie balcaniche sono infinite. E le opzioni di gioco, in tal caso, poche di meno. Fonte Repubblica.it

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