Le magnifiche 7, guida al nuovo campionato. Atalanta, una grande partenza e un Pessina da Europeo: la via di Gasp al paradiso

Ogni volta che chiamiamo le prime sette squadre della Serie A le “sette sorelle”, riecheggiando la definizione di metà anni 90 che a sua volta giocava col soprannome dato da Enrico Mattei alle grandi compagnie petrolifere, qualcuno s’inalbera sostenendo che le “sorelle” di fine secolo erano ben più forti, e dunque competitive in Europa, rispetto alle attuali.

L’obiezione è tecnicamente fondata, ma dimentica che si può essere sorelle in una villa, in un appartamento, in un sottoscala: più del censo conta la compattezza, e quella delle sette di oggi non ha precedenti. Nelle ultime cinque stagioni, hanno praticamente monopolizzato i primi sette posti della classifica. Una sola eccezione riuscita: il Torino di Walter Mazzarri che nel 2018-19 riuscì a piazzarsi settimo, scavalcando la Lazio. Più un’altra sfiorata, il Sassuolo che lo scorso maggio ha chiuso affiancato in punti alla Roma, ma dietro per la differenza reti. Questo significa che 34 delle 35 migliori posizioni degli ultimi cinque anni sono andati alle stesse squadre.

L’Atalanta è la sorella di più fresca acquisizione. Nei due tornei precedenti quelli presi in esame era arrivata 13esima e 17esima, in linea con una storia di presenza in Serie A solida ma comunque borderline, tanto che il presidente Percassi a ogni inizio stagione ripete, ormai scaramanticamente, che il primo obiettivo resta la salvezza. Il salto di qualità è coinciso con l’avvento di Giampiero Gasperini, che una volta capito di trovarsi nell’ambiente ideale per un esperimento calcistico di grande difficoltà ma altrettanta se non superiore ambizione, ha estremizzato i principi di gioco già apprezzati al Genoa e ha fatto decollare l’Atalanta verticalmente. Un paio di cifre aiutano a comprendere: sono ormai tre campionati che Bergamo chiude al terzo posto, e in ciascuno di questi il suo attacco è stato il migliore del torneo. L’anno scorso l’Inter e il Napoli hanno fatto più punti dell’Atalanta nel girone discendente, interrompendo una serie di due stagioni nelle quali Gasperini aveva “vinto” il ritorno. Un dato interessante, del quale a Zingonia stentano a trovare il rimedio, è che Gasperini fa sempre peggio all’andata. Dal 2016-17 a oggi, ecco i disavanzi in punti fra i due gironi, con i totali fra parentesi: 2 (72), 6 (60), 13 (69), 8 (78, record), 6 (78, uguagliato).

L’Atalanta, inoltre, è unanimemente riconosciuta come la squadra che da anni gioca meglio. Che cosa le impedisce di pensare allo scudetto, allora? Il gap fra andata e ritorno è la risposta evidente, anche perché molto viene disperso a beneficio di squadre che a fine stagione arrivano quaranta punti dietro: in cinque anni, per dire, l’Atalanta ha perso cinque volte col Cagliari e cinque con la Samp. La spiegazione dei turni di coppa infrasettimanali pagati poi in campionato reggeva fino a un paio d’anni fa, quando l’Europa era una novità e l’organico non aveva la profondità necessaria per il doppio impegno: ma oggi l’Atalanta è una habitué della Champions (terza partecipazione consecutiva) e anche numericamente ha dato alla sua rosa la dimensione corretta per rincorrere ogni traguardo. Diciamo allora che quest’anno l’aspetta un nuovo test, del quale Gasperini può fissare fin d’ora una soglia: 40 punti al giro di boa (il record è dell’ultimo torneo, 36) per aggredire il ritorno in scia alle battistrada anziché guardandole da lontano.

C’è un altro aspetto ricorrente da migliorare, se si vuole salire ancora, ed è il rendimento nelle partite-chiave. Abbiamo detto che l’Atalanta viene da una serie di eccellenti terzi posti. Beh, gli ultimi due potevano essere addirittura secondi visto che prima l’Inter e poi il Milan, vincendo a Bergamo all’ultima giornata, si sono installate sul secondo gradino del podio. In questi anni favolosi l’Atalanta ha giocato due finali di coppa Italia, contro la Lazio ottava del 2019 e la cigolante Juve di Pirlo a maggio, e le ha perse entrambe, fallendo l’obiettivo di suggellare un ciclo storico con un trofeo in bacheca. E ancora: negli ultimi due campionati c’è stato uno scontro diretto con i futuri campioni che se fosse stato vinto avrebbe aperto prospettive impensabili. L’anno scorso Inter-Atalanta si è giocata alla 26esima con le squadre separate da dieci punti: il match venne dominato da Gasperini ma vinto da Conte grazie a una robusta difesa e a un gol di Skriniar in mischia. L’Inter andò a +13, dopo aver rischiato che l’Atalanta risalisse a -7. Nel campionato precedente la Juve di Sarri, ormai arrancante, ospitò l’Atalanta alla 32esima; il 2-2 dell’ultimo minuto, figlio di un rigore più che ingenuo regalato da Muriel, le consentì di difendere il vantaggio di nove punti. Fosse sceso a sei, chissà. Tutto questo per dire che l’Atalanta, al dunque, deve vincere il complesso del braccino.

Detto che il mercato potrebbe riservare ancora qualche sorpresa, specie in attacco, negli ultimi due mesi sono successe comunque quattro cose rilevanti. 1) La cessione di Romero al Tottenham per 50 milioni, ancorché dolorosa, sigla una gestione economica che consente all’Atalanta di continuare a crescere, completare lo stadio di proprietà e il centro sportivo, produrre e reinvestire sostanziosi utili di bilancio, il tutto mentre il resto del calcio scoppia dai debiti. Sostituirlo con Demiral, un altro che interpreta il ruolo con la fisicità richiesta dal Gasp e in tutta evidenza ha espresso fin qui soltanto una parte del suo potenziale, è stata una buona idea. 2) Emigrato Donnarumma, Juan Musso si candida a essere il miglior portiere della Serie A. Dopo anni in cui veniva considerato il rimpiazzo ideale per gente come Oblak o Handanovic, il colpo l’ha fatto l’Atalanta sostituendolo a un portiere di livello comunque alto come Gollini. Grande operazione. 3) L’Europeo di Maehle è stato impressionante. Se ripeterà quel rendimento in campionato, la coppia di esterni che andrà a comporre con Gosens sarà un upgrade. 4) Matteo Pessina è stato uno degli elementi più accesi del trionfale Europeo azzurro e, pur avendo ripreso da poco, l’impressione destata nel match amichevole con la Juve è di un ulteriore incremento di personalità. Titolare fisso o meglio, per dirla alla spagnola, Pessina più altri dieci. Sinceramente, che il Papu Gomez venisse archiviato così in fretta non l’avremmo mai detto.

Fonte Repubblica.it

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