Laporta-Xavi, la pace forzata per salvare il Barcellona

BARCELLONA – Il 29 ottobre del 2018, Florentino Pérez non riuscì proprio a tollerare la manita rifilata dal Barcellona di Ernesto Valverde al suo Real Madrid decidendo, così, di esonerare in tronco Julen Lopetegui. Lo scorso fine settimana, Joan Laporta aveva, invece, fatto ricorso a tutta la propria residuale dose di pazienza per non emulare, a tre anni esatti di distanza, il presidente galáctico. Anzi, cosciente di quanto sarebbe potuto succedere il giorno dopo in campo, alla vigilia del big match di domenica scorsa, aveva fatto urbi et orbi una promessa che, tecnicamente, ha mantenuto: “Koeman continuerà a essere l’allenatore del Barcellona anche dopo il Clásico, a prescindere dal risultato”. I timori della vigilia vennero, poi, confermati sul terreno di gioco del Camp Nou, teatro del primo Clásico stagionale vinto dal Real di Carlo Ancelotti. Fedele alla parola data, ieri mattina, un tutto sommato sorridente presidente blaugrana è salito, assieme al tecnico olandese e al resto della spedizione blaugrana, sull’aereo che ha portato il Barcellona a Madrid in vista della sfida di Vallecas contro il Rayo. La stessa scena si è ripetuta, ieri sera, poco prima di mezzanotte, dopo l’ennesima sconfitta rimediata da Sergio Busquets e compagni. Questa volta, però, il massimo dirigente del club catalano non aveva davvero nessuna voglia di scherzare: “Non so se il mio futuro è a rischio”, aveva assicurato poco prima Koeman, durante la conferenza stampa post partita. Sempre ammesso che i suoi dubbi fossero reali, la cupola blaugrana si è presa la briga di fugarli non appena decollati dall’aeroporto di Barajas. E così, Koeman ha anche avuto il tempo di salutare tutti i propri ragazzi ancor prima di atterrare nella capitale catalana.

Ronald Koeman durante la partita col Rayo che gli è costata la panchina (afp)

La strategia assente di Koeman

Quindici punti in dieci giornate sarebbero stati tollerati se l’ex commissario tecnico della nazionale olandese avesse dimostrato una certa coerenza tattica. Se avesse convinto tutti di avere una chiara strategia per uscire dall’interminabile tunnel imboccato dal Barcellona quando Josep Bartomeu decise di esonerare Ernesto Valverde. L’eroe di Wembley, però, non è stato in grado non solo di dare un’identità riconoscibile alla propria squadra, ma ha dimostrato di non aver capito le regole non scritte di un club che, in teoria, avrebbe dovuto conoscere meglio di qualsiasi altro. Inserire alla rinfusa giovani canteranos nell’undici titolare non gli è servito a conquistare le simpatie di una delle platee calcistiche più esigenti perché la sua squadra continuava a inanellare delusioni sia formali che sostanziali e, soprattutto, perché continuava ad allontanarsi dall’idea di fútbol grazie alla quale suo padre, Joan Cruijff, e suo fratello, Pep Guardiola, sono riusciti a portare il Barça nell’Olimpo del calcio: “Esto es lo que hay”. Questo passa il convento, così si era giustificato dopo la sconfitta rimediata in casa, lo scorso settembre, contro il Bayern Monaco, come a dire che i tifosi avrebbero dovuti essere contenti perché dal 2-8 dell’estate 2020 si era passati a un più dignitoso 0-3. Tuttavia, la verità è che se il Barcellona non avesse avuto seri problemi economici, Koeman avrebbe visto la partita contro il Rayo comodamente seduto sul divano di casa perché sarebbe stato esonerato alla fine della scorsa stagione. Laporta aveva 12 milioni di buoni motivo per dargli una seconda, una terza e finanche una quarta possibilità, ma ha capito che, sebbene il suo obiettivo sul lungo periodo si chiami Superlega, sino ad allora il Barça non può permettersi di restare fuori dalla Champions League. Ed è per questa ragione che Jan ha deciso di abbandonare lo sterile immobilismo dietro il quale aveva deciso di trincerarsi  – tanto la colpa è di Bartomeu – anche perché sarebbe stato oltremodo grave rimanere inerti di fronte all’attuale nono posto in classifica e, più in generale, alla sensazione di caduta libera che continua a trasmettere la squadra.

Dodici milioni di buonuscita

I dodici milioni di buonuscita che incasserà Koeman graveranno non solo sul bilancio del club, ma anche sullo stipendio del prossimo allenatore che, per la stagione in corso, dovrà accontentarsi di meno di tre milioni di euro. Toccherà a Xavi Hernández, sceicchi permettendo, montare in sella al depresso purosangue culé. Dopo aver rifiutato la panchina “del club de mi vida” in almeno tre occasioni, l’ex centrocampista del Barça non ha più potuto né voluto sottrarsi all’onere di cui lo ha investito, già da molto tempo, la massa sociale blaugrana. Bartomeu ci aveva provato due volte, ma Xavi con il peggior presidente della storia del Barcellona non voleva averci nulla a che fare. E, probabilmente, aveva ragione lui. A pesare, invece, sulla decisione di non sostituire Koeman la scorsa estate è stata la sua relazione non sempre idilliaca con Laporta che non ha mai mandato giù che l’ex regista catalano avesse legato la propria figura a quella dell’ex candidato alla presidenza e, quindi, suo rivale, Victor Font. Questo, però, è il momento di unire le forze. Solo così il barcelonismo riuscirà a tirare fuori il club dalla crisi totale di cui è ostaggio. Non sarà semplice, nemmeno per un allenatore taumaturgo: perché questo è ciò che pensa il popolo culé dell’attuale allenatore dell’Al Sadd, vero e proprio idolo del Camp Nou. Tuttavia, anche Koeman – lo stesso preso di mira dai soliti imbecilli mentre usciva dallo stadio dopo la sconfitta nel Clásico – era e continua a essere, nonostante tutto, un mito del Camp Nou. Che c’entra l’esonero Lopetegui con Koeman e Xavi? Beh, molto e non solo per una questione di emeroteca. Sia Julen che Ronald hanno, infatti, pagato sulla propria pelle e nello stesso lasso di tempo il traumatico addio di due fuoriclasse, loro sì, taumaturghi oltre ogni ragionevole dubbio: Cristiano Ronaldo e Lionel Messi. E non c’è bisogno di sottolineare come anche a Xavi avrebbe fatto comodo poter contare sulla collaborazione della Pulga.

Fonte Repubblica.it

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