La vendetta del 7. Per la Juve fischi e un buco in attacco

TORINO – Si discuterà per anni se Ronaldo sia stato un fiasco. Sono invece indiscutibili i fischi che sono piovuti su questa Juve vedova o forse orfana e in ogni caso sperduta, smarrita su un campo che sembrava non conoscere, eppure era quello di casa sua. L’Empoli ha vinto di misura nel punteggio (1-0), ma largamente in base ai parametri di gioco, se non altro per il fatto che la Juve non ha dimostrato di averne uno. In 34 anni di tentativi, i toscani non avevano mai espugnato Torino (un pareggio e dodici sconfitte) infine riuscendoci nel giorno in cui i bianconeri avrebbero dovuto ripartire o perlomeno scrollarsi di dosso tutti gli alibi che la presenza di Ronaldo garantiva. Invece gli ex campioni d’Italia hanno incespicato in una partita di nervi e basta, non di cuore né di testa e non certo di tattica o di tecnica. Hanno tirato avanti ognuno per conto proprio, con quegli slanci di volontà che hanno finito per tradire lo strano senso di impotenza che ha imbrigliato la squadra, probabilmente meravigliata dalla lucida geometria del gioco dell’Empoli, dei tempi musicali delle sue fasi tocco ma anche da una personalità che gli juventini (gli spauriti, loro) hanno smarrito chissà dove.

Allegri non ha aiutato. Non ha preso per mano questi ragazzi che hanno bisogno di una guida: ha messo McKennie alle spalle di un centravanti che non c’era, ha impiegato Chiesa (individualista fino all’eccesso) da punta pura, ha incardinato al terzino Danilo un centrocampo disordinato e soprattutto non ha fatto capire (o non ha ancora deciso) quale vestito tattico quest’anno la Juve vestirà, quali linee guida di gioco si è data, o sta provando a darsi. Cosa gli manca, cosa non ha. E non sono di sicuro i gol che alla Juve mancano ma il senso di squadra, quello che l’addio di Ronaldo dovrebbe piuttosto avere rinsaldato ma che invece qui è stato solo confusione, disordine, velleitarismo. Arriverà Kean per rinforzare un reparto d’attacco che ieri non ha mostrato di poter fornire grande varietà.

A punire la Juve è stato uno di quei giocatori che ha gestito per anni, come altre decine, al solo scopo di trasferirli per accumulare plusvalenze, fino a che Leonardo Mancuso (bomber con il numero 7, toh) ha finalmente trovato stabilità a Empoli, dove ha dimostrato di saper fare il suo mestiere di attaccante di bosco (nel fitto dell’area ha avuto un guizzo dei suoi) e di riviera, perché spazia, aiuta, gioca, palleggia, essendo calato a meraviglia in questa squadra che gioca a memoria sin da quando l’ha istruita Sarri.

Alla Juve le occasioni non sono mancate (il più pericoloso è stato Chiesa, che però dopo è evaporato), il portiere ospite Vicario (ex dodicesimo del Cagliari) è stato impeccabile, ma anche l’Empoli non ha mai smesso di punzecchiare, tenendo la palla e soprattutto la testa alta, tant’è che Szczesny è stato l’unico juventino a uscire da questa nottataccia con la coscienza pulita. Il problema della Juve è che ha tirato avanti esclusivamente per azioni individuali: dribbling uno dopo l’altro, dribbling e cross, dribbling e tiro nella migliore delle ipotesi, negando al pubblico qualsiasi senso di armonia collettiva, come se la partita fosse un’addizione di sfide personali, di tentativi individuali di dimostrare qualcosa. I fischi dei tifosi, piovuti già nel primo tempo (in particolare su Bentancur e Rabiot), sono stati impietosi e anche ingiusti. Ma resta il fatto che la Juve è l’unica delle sette sorelle al palo. E l’unica che non ha la minima idea di chi sia.

Fonte Repubblica.it

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