La Spagna incorona Unai Emery, il ‘piccolo’ re di coppa

Il suo profilo è quello di un pugile suonato, sebbene determinato. Uno di quelli che prima di finire al tappeto ci mette, letteralmente, la faccia. Senza paura. Uno di quelli a cui, ogni volta che ha provato a fare il grande salto, è sempre stato ricordato il suo destino da underdog. Di prima categoria, senza dubbio, ma sempre underdog: di aspirante tra i favoriti e favorito tra gli aspiranti. Ed è per questa ragione che Unai Emery ha trovato nell’Europa League la propria dimensione. La quinta finale nella meno ricca tra le competizioni continentali per club, raggiunta dopo aver frustrato le ambizioni di rimonta dell’Arsenal, è la chiara dimostrazione di come il tecnico basco si trovi a proprio agio quando gli viene affidato il ruolo di outsider, di attore non protagonista: “I favoriti sono loro e noi gli aspiranti”, ci aveva tenuto a sottolineare alla vigilia della gara contro i gunners.

Una carriera iniziata dalla gavetta

Nessuno gli ha mai regalato nulla. Tutto quello che ha conquistato, durante la sua quasi ventennale carriera in panchina, Unai Emery se l’è dovuto sudare. Aveva da poco compiuto i 33 anni e si stava recuperando da un serio infortunio al ginocchio, quando decise di accettare l’incarico di allenatore del Lorca il club di Segunda B, la nostra Serie C, in cui aveva deciso di concludere la propria carriera, quella di una discreta mezzala sinistra venuta fuori dalla sempre feconda cantera della Real Sociedad. Club txuri urdin che gli diede anche l’opportunità di debuttare in Primera. Appena cinque, però, le sue presenze in Liga. Ben presto, infatti, accettò di buon grado che il proprio futuro lo avrebbe visto protagonista in Segunda o Segunda B. Tra gli aspiranti, appunto. Ed è per questa ragione che non ebbe dubbi quando il presidente del Lorca gli chiese di prendere in mano una squadra in grossa crisi di gioco e risultati. Non fu una scelta a caso, perché Emery aveva già fatto capire, mettendo in mostra spiccate qualità di analisi tattica, che la sua carriera di allenatore sarebbe stata più brillante di quella da calciatore. E non si sbagliavano. A fine stagione, infatti, il Lorca riuscì a completare un’epica ‘remontada’ meritandosi una piazza in Segunda e, l’anno successivo, sfiorando un’incredibile promozione in Primera. Obiettivo raggiunto dodici mesi più tardi sulla panchina dell’Almeria che da debuttante riuscì a conquistare poi, nella primavera del 2008, l’ottava posizione del massimo torneo spagnolo.

Quell’esonero ‘provvidenziale’ allo Spartak

Prima dei trionfi con il Siviglia, arrivarono le ottime stagioni al Valencia e il suo primo passo falso, quello sulla panchina dello Spartak. L’esonero rimediato a Mosca, nel novembre del 2012, finì tuttavia per spalancargli le porte del club andaluso che, tre mesi più tardi, lo chiamò a sostituire l’ex madridista Míchel. I suoi primi mesi al Pizjuán non furono esaltanti, prova ne sia il nono posto in classifica a fine stagione. Tuttavia, i problemi economici di Málaga e Rayo Vallecano permisero ai biancorossi di riacciuffare, in piena estate, l’ultima piazza europea. Un vero e proprio segno del destino. Da quel momento in poi, infatti, il ruolino di marcia di Emery in Europa League è stato incredibile. Venti eliminatorie di fila vinte che gli sono valse i tre trofei conquistati consecutivamente con il Siviglia (2014-2016) e altre due finali. La prima persa con l’Arsenal, nel 2019, contro il Chelsea di Maurizio Sarri ed Eden Hazard; la seconda andrà, invece, in scena il prossimo 26 maggio all’Arena di Gdansk, dove Mister Europa League e il suo Villarreal proveranno a ribaltare i pronostici contro il Manchester City: “Abbiamo fatto un’ottima campagna europea (12 vittorie e due pareggi, ndr) e per arrivare in finale eravamo chiamati a superare una delle squadre favorite. Ora, se vogliamo vincere il trofeo dovremo batterne un’altra”.

Non c’è dubbio, davvero una bella soddisfazione per il tecnico che ha messo la propria faccia – sì, proprio come fanno i pugili suonati – sulla peggior umiliazione della storia della Champions League, quella inflitta dal Barcellona al suo Paris Saint Germain, sconfitto 6-1 al Camp Nou dopo il 4-0 ottenuto da Verratti e compagni al Parco dei Principi. Una ‘remontadà di tali dimensioni non si era mai vista prima di allora. Emery ci aveva messo, come al solito, tutto se stesso nel disperato tentativo di far fare alla propria carriera il grande salto, l’ultimo, il definitivo. In quel caso fu il Barça del super tridente Messi-Suárez-Neymar a impedirglielo. Quel maledetto 8 marzo 2017 avrebbe potuto far calare il sipario sulla propria carriera. Nessuno credeva che avrebbe saputo reagire e, invece, tra 20 giorni, contro il Manchester United, non avrà solo l’opportunità di superare le tre Coppe Uefa vinte da Giovanni Trapattoni e di regalare al submarino amarillo il proprio primo trofeo, ma anche e soprattutto, almeno dal punto di vista personale, di prendersi la rivincita su chi lo aveva dato per finito. Con educazione e senza alzare la voce, com’è sempre solito fare e come ha fatto anche un’ora dopo il trionfo di Londra: “L’allegria per una vittoria è effimera, quello di cui dobbiamo essere contenti è del cammino che compiuto sinora”.

Fonte Repubblica.it

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