La Roma sogna, Mou ha gli assi giusti per sedersi al tavolo scudetto

L’anno più importante nella storia (contemporanea) della Roma è iniziato il 25 maggio a Tirana con un trofeo – la neonata Conference League – che all’epoca suscitò qualche ironia, ma i cui effetti oggi non fanno più sorridere alcun avversario. A quella coppa, alzata al cielo con indubbia enfasi – ma erano passati 14 anni dall’ultima vittoria – la Roma ha dato seguito con un mercato molto ambizioso, assecondando i desideri e forse anche le condizioni dell’allenatore. 

Sotto l’ombrello della famiglia Friedkin, la più solida delle proprietà straniere identificabili in persone e non in fondi, José Mourinho si è infatti ricostruito l’immagine deturpata dalle ultime esperienze in Premier, chiuse con tre esoneri consecutivi. E com’è nella sua natura, non c’è stata soluzione di continuità fra il rilancio e le richieste: quante volte l’abbiamo visto scattare dopo un gol verso i suoi giocatori in festa, non per unirsi all’abbraccio ma per aggiornare le consegne tattiche individuali…

Ecco. Appena ha vinto, rispedendo a vari mittenti i sospetti di senescenza tecnica, José ha subito reclamato un’accelerazione del piano triennale di crescita competitiva del club. L’ingaggio del più fedele dei suoi pretoriani, Matic, è stato un primo segnale di attenzione. La chiusura dell’operazione-Dybala ha comprato un posto al tavolo grande. Aggiungendo pure Wijnaldum, la Roma ha chiamato banco: è lì per giocare pesante, e possiede sia le carte che le fiche necessarie. L’aspetta una mano terribilmente delicata, perché non porti a casa certi giocatori – e vale a maggior ragione per i tecnici – soltanto per piazzarti. Il giudizio generale è che il traguardo della Roma sia il quarto posto, ovvero la zona Champions. A noi sembra limitativo, o meglio: la Champions è proprio l’obiettivo minimo, non arrivarci sarebbe un fallimento. 

La Roma ha le potenzialità per lottare per lo scudetto, che non vuol dire doverlo vincere ma restare in corsa per almeno tre quarti di campionato. Una specie di ultimo campo base prima dell’assalto alla vetta, senza dimenticare che la stagione scorsa il Milan si era posto un traguardo del genere, ma è stato lesto ad approfittare degli sbandamenti rivali per anticipare di un anno l’ultimo scatto, piantando la bandiera in cima. Le migliori squadre di Mourinho hanno sempre contemplato un attaccante leggero e di gran classe, declinandolo a seconda delle caratteristiche: Joe Cole era più un’ala, Sneijder e Ozil due trequartisti, Hazard un ibrido con molti gol nei piedi. Dybala è un’altra cosa ancora, una seconda punta che va a cercarsi la via d’accesso all’area, il che richiede ai compagni movimenti conseguenti: funziona un po’ come l’isolamento nel basket, quando Dybala punta il suo avversario gli altri attaccanti devono sgomberargli il più possibile la strada, proponendosi allo stesso tempo per lo scarico (ehm, il passaggio: a volte il basket ci prende la mano). Abraham, Pellegrini e Wijnaldum hanno questa capacità nel Dna, forte e chiara; Zaniolo meno, ed è scontato che di qui a fine mercato i ragionamenti principali vertano su di lui.

Con l’ingaggio di Wijnaldum, un’ottima mezzala portata all’inserimento, si chiude il discorso sulla possibile convivenza dal primo minuto – a gara in corso cambiano tante cose – di tutti i principali giocatori offensivi. Almeno uno dovrà restare fuori. Nel calcio moderno questo non può mai essere un problema: la scorsa stagione la Roma ha giocato 55 partite ufficiali, più di tutti in Italia, e Zaniolo ne ha iniziate 34. La cosa non gli ha impedito di segnare il gol più importante, quello di Tirana, e di procedere nel percorso di recupero dopo i tremendi infortuni degli anni scorsi. Parliamoci chiaro: dopo il secondo crociato, era convinzione generale che Nicolò non sarebbe tornato il portentoso incursore di tre anni fa, e questo non tanto per l’elasticità dei legamenti quanto perché la (comprensibile) paura di un nuovo incidente l’avrebbe trattenuto. Zaniolo non si è fatto male per i contrasti, ma perché le ginocchia non hanno retto tanta potenza (un po’ come accadeva a Ronaldo Nazario). Ma se la prima parte della scorsa stagione dava ragione ai pessimisti, la crescita di primavera ha ridato fiato al partito di chi ancora considera Nicolò il miglior progetto di campione del nostro calcio. Il che implica per la Roma la ricchezza di un piano B di alto livello, in attesa e nella speranza che divenga un incontestabile piano A. Se il club ha la forza economica per trattenerlo – e non si vede perché no, considerato che Pinto si è dato tempo per rientrare lavorando al 95 per cento sul monte stipendi anziché sui cartellini – gli conviene farlo. Gli scudetti si vincono almeno in sedici.

Il rovescio della medaglia di un mercato così entusiasmante risiede ovviamente nell’obbligatorietà del risultato: fra clausole d’uscita e durata annuale dei contratti, perché la storia prosegua occorre che Trigoria fra dodici mesi sia un luogo allegro e ricco di prospettive. È per questo che la Roma si accinge alla stagione più importante: perché è un trapezista dentro un tendone tirato a lucido, ma volteggia comunque senza rete. Non ci sono solo i nuovi acquisti a portare adrenalina, ma anche un recupero di peso tecnico e morale come Spinazzola: proprio in quel ruolo Mourinho ha prodotto con Zalewski la migliore delle novità, scopriremo presto se i due sono totalmente alternativi o se qualche accorgimento – una difesa a quattro? – potrebbe favorire la strategia del doppio stantuffo mancino.

C’è qualcosa di impressionante nella rapidità con la quale José Mourinho si è guadagnato lo status di profeta in un ambiente così segnato da una sorta di cinismo corrosivo che aveva concesso deroghe, e nemmeno quelle proprio unanimi, soltanto ai propri figli fedelissimi – ai limiti dell’autolesionismo sportivo – come Totti e De Rossi. Mourinho se li è intascati tutti prima ancora di produrre un risultato. L’ha fatto ergendosi semplicemente (e polemicamente) a paladino del romanismo. Possono esserci stati allenatori migliori di lui, ma la statua alla quale Mou aspira non è in zona Olimpico. È in zona Colosseo.

2-continua

La Roma sogna, Mou ha gli assi giusti per sedersi al tavolo scudettoFonte Repubblica.it

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