La Liga del dopo Messi, un torneo di stelle cadenti e pochi soldi

L’addio al Barcellona di Lionel Messi è stato devastante per i tifosi culé, ma anche per chi conserva, a tutte le latitudini, una visione romantica di un calcio che non esiste più, secondo il quale le poche bandiere rimaste dovrebbero finire la propria carriera nel club che li ha prima formati, poi visti crescere e, infine, esplodere. Senza dimenticare quelli che l’azionariato popolare: mentre Joan Laporta, il presidente degli oltre 140 mila soci blaugrana, non è riuscito a trovare una soluzione in due mesi, lo sceicco Al Khelaifi ci ha messo poche ore a convincere la Pulga a trasferirsi al Parco dei Principi. Tuttavia, a risentire in maniera particolare dei danni provocati da Josep Maria Bartomeu nell’ultimo lustro e dall’incapacità (o, forse, deliberata volontà…) dello stesso Laporta di trovare una soluzione all’affaire Messi è, senza dubbio, la Liga che, in meno di un mese e mezzo, per ragioni diverse, ha visto partire alla volta di Parigi il capitano del Barcellona. E, a pensarci bene, anche quello del Real Madrid.

Il calendario della Liga

Paradossalmente, sia Lionel Messi che Sergio Ramos avrebbero preferito rimanere a Barcellona e Madrid. Né il Barça né il Real hanno, tuttavia, potuto o voluto trattenerli. Il sistema calcio spagnolo è al collasso e le lacrime di Messi sono anche quelle di tutti i tifosi che, oltre a non aver avuto la possibilità di entrare allo stadio per un anno e mezzo, stanno assistendo inermi al saccheggio compiuto, sistematicamente, anno dopo anno, da club inglesi a loro sconosciuti. Almeno fino al momento in cui si sono presentati con la valigia piena di bigliettoni per portarsi via il loro idolo locale. E già, perché se è vero che, prima di Messi e Ramos, sono andati via anche Neymar e Cristiano Ronaldo, è altrettanto vero che la classe media spagnola si è oramai abituata a vivacchiare, nel migliore dei casi, cosciente di essere l’ultima ruota di un carro che solo se raccomandato supererebbe la revisione. In questo contesto, la frattura venutasi a creare tra Real e Barça e tutto il resto dei club – l’Atlético ci ha messo poco a smarcarsi dalla Superlega – diventa una naturale conseguenza della realtà dei fatti. E così, mentre i poveri accettano di ipotecare per i prossimi 50 anni una parte dei propri benefici, afferrandosi con avidità alla bombola d’ossigeno messa a disposizione da Javier Tebas attraverso la pioggia di milioni (2,7 miliardi di euro) garantiti dal fondo Cvc, i falsi ricchi continuano a guardare alla Superlega con lo stesso ardore con cui l’armata Brancaleone bramava di raggiungere il feudo di Aurocastro senza, però, accorgersi che il loro carro, oltre che vuoto, sia messo peggio di quello della Liga e abbia ancor meno senso dell’orientamento di Aquilante.

E così, mentre la Premier ha investito, sinora, 935 milioni in ingaggi (dati Transfermarkt), le società spagnole sono al palo (127), superate anche da quelle italiane (387), tedesche (324) e francesi (287, 211 al netto dei 76 del Psg). Insomma, se Messi ha lasciato il Barça evidentemente distrutto, le squadre spagnole non hanno nemmeno le lacrime per piangere. Il Real Madrid, che si è assicurato David Alaba a parametro zero, è uno dei sei club della Liga che non ha nemmeno cacciato un euro e uno degli undici che ha speso meno di cinque milioni. Basti pensare che i presidenti del Norwich (60), Watford (14) e Brentford (37), appena tornati in Premier, hanno investito quanto tutti i loro colleghi della Liga messi assieme. Aspettando Kylian Mbappé, i tifosi abituati, sino a poco tempo fa, alle sfide stellari tra Messi e CR7 dovranno accontentarsi, con tutto il rispetto, di Rodrigo De Paul e Memphis Depay: ottimi acquisti, ma di certo non paragonabili ai protagonisti dell’età dell’oro del campionato spagnolo. L’ingaggio di Sergio Agüero, che aveva scelto Barcellona con l’obiettivo di segnare qualche gollettino tra un asado e l’altro a casa Messi, è la drammatica cartina al tornasole di un sistema che, assieme al portafogli, ha perso la bussola. Con il desiderio di essere smentiti non appena tornerà in campo dopo l’ultima operazione, anche i 127 milioni versati, due anni fa, dai colchoneros nelle casse del Benfica per assicurarsi il ‘menino de ouro’, Joao Félix, gridano ancora vendetta.

Toccherà, così, a Karim Benzema, Antoine Griezmann e Luis Suárez suonare la carica, provando a risollevare l’umore dei tifosi che, già stasera al Mestalla per Valencia-Getafe, potranno riappropriarsi delle proprie gradinate: le comunità autonome spagnole sono state autorizzate a riaprire gli stadi senza, però, superare il 40% di capienza stabilito dal governo centrale. Lo scorso giugno, Tebas era sicuro che “all’inizio della prossima stagione riapriremo gli stadi al 70%”, incentivando la campagna abbonamenti. E, invece, no: i club dovranno restituire la parte proporzionale agli abbonati che non potranno occupare il proprio seggiolino sin da subito. Soldi che, però, i presidenti già non hanno perché sono stati destinati a risanare i debiti. Eccola, la nuova normalità. È arrivata e somiglia maledettamente alla vecchia.

Fonte Repubblica.it

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