La lenta ascesa del Newcastle in Premier: così l’Arabia va in Champions

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Nel deep market del calcio internazionale, l’oscuro borsino in cui procuratori, mediatori, millantatori e faccendieri cercano e offrono incarichi sui quali lucrare una commissione, il posto di manager del Newcastle continua a venire proposto come se Eddie Howe non avesse finito di conquistare la proprietà, la squadra e i tifosi. È probabile che i residui scommettitori confidino in qualche mattana dei sauditi, che un anno fa hanno rilevato l’80% del club attraverso il fondo sovrano Pif. La cronaca recente insegna però che gli arabi sono proprietari pazienti. In 12 anni di Psg, il Qatar ha cambiato sei allenatori; in 15 di Manchester City, Guardiola è appena il terzo manager ingaggiato dallo sceicco di Abu Dhabi.

Al Newcastle si stanno muovendo con ancor maggiore circospezione, consapevoli che i sospetti di sportswashing – ingenti investimenti nello sport per distogliere l’attenzione dai diritti umani negati – non evaporeranno a breve. In apparenza l’Arabia Saudita è soltanto un ricco compagno di viaggio, perché della gestione si occupano i loro partner (e soci di minoranza): Amanda Staveley soprattutto, la donna d’affari che è stata il perno dell’operazione. Per farsi accettare dalla Premier i sauditi garantirono la distanza tra il loro fondo sovrano privato e le autorità governative: tesi un po’ ardita se si considera che nel board di Pif siedono sei ministri, e il suo presidente Mohammed bin Salman è il principe ereditario. Per intenderci, il protagonista del nuovo rinascimento nel famoso elogio di Matteo Renzi, ma anche l’uomo al quale gli americani hanno chiesto conto dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista-scrittore barbaramente assassinato nel 2018 nel consolato saudita di Istanbul.

Negli scenari sempre mutevoli del Medio Oriente è probabile che la vicenda Khashoggi finisca sepolta in qualche archivio: l’Iran schierato con la Russia sta minacciando l’Arabia Saudita, e in base alla più vecchia delle regole belliche – il nemico del mio nemico è mio amico – gli Stati Uniti sono pronti a sostenere il regno sunnita. Se questa è la big picture, il passaggio di mano del Newcastle diventa un altro tassello del mosaico di avvicinamento dei sauditi al mondo occidentale. Un anno fa il club venne venduto quand’era penultimo in Premier, e l’allenatore incaricato di rilanciarlo fu appunto Howe. Il nuovo tecnico impostò un mercato di gennaio molto distante dalle previsioni faraoniche (e interessate) che vengono sempre diffuse davanti a facoltosi cambi di proprietà: disse che servivano tre difensori, e quelli ottenne. Una campagna mirata alla salvezza che issò il Newcastle all’11° posto, una scalata fatta di dodici vittorie nel ritorno dopo l’unica dell’andata.

Ma la scorsa stagione è servita soprattutto a Staveley per entrare nell’esclusivo giro dei proprietari di Premier e cominciare a tessere la tela di relazioni che – nei piani del consorzio – dovrebbe portare il Newcastle da un valore di 350 milioni di euro (il prezzo d’acquisto) ai 3.56 miliardi annunciati. Per decuplicare l’investimento la fretta è una cattiva consigliera, e l’accelerazione impressa da Howe alla squadra viene osservata da sguardi compiaciuti ma non per questo sovreccitati. Con un avvio di stagione da 6 vittorie, 6 pareggi e una sola sconfitta, il Newcastle è salito fino al quarto posto, dunque in zona Champions. La società sostiene che la conquista dell’Europa alla prima stagione intera sarebbe un sogno, ma non accorcerebbe di molto i tempi previsti (dai 5 ai 10 anni) per portare il club nell’élite planetaria. Il Nilo è un po’ più a Ovest, ma i sauditi hanno un sangue freddo da coccodrilli. 

Sanno che il calcio non permette eccessivi salti in avanti. Non è il golf, dove Pif dall’oggi al domani ha creato un circuito alternativo riempiendo di milioni i giocatori migliori e portandoli quasi tutti sotto le sue insegne. No, il calcio è un’operazione molto più lunga e complessa, e gli investimenti in estate hanno riguardato giovani di prospettiva come il difensore Botman – strappato al Milan – e l’attaccante Isak: due future star non ancora così famose (e richieste) da permettersi di rifiutare il Newcastle. Howe, molto di moda visto che l’ultimo tecnico inglese ad aver vinto il campionato è Howard Wilkinson col Leeds nel 1992, ha prolungato il suo contratto precisando di non essere interessato a rilevare il ruolo di ct se Southgate dovesse andar male in Qatar. Se ha detto così è perché qualcuno dava l’avvicendamento già per concordato: forse lo stesso furbino che offre la panchina del Newcastle sul deep market. Il paraguaiano Miguel Almiron, un attaccante esterno, ha ricevuto il premio per il miglior giocatore di ottobre, e la presenza a St. James’ Park del ct brasiliano Tite rassicura Joelinton e Bruno Guimaraes sulla loro convocazione mondiale, come Pope, Trippier e forse Wilson nell’Inghilterra, Shar nella Svizzera, Botman nell’Olanda.

Sabato il Newcastle gioca a Southampton, e prima della pausa avrà il big-match col Chelsea. Poi Howe porterà i suoi ragazzi a Riad per rifare la preparazione, mentre un esercito di ruspe ristrutturerà il centro sportivo in base alle sue indicazioni. Prosegue la ricerca del sito per costruirne uno nuovo di livello XXL, con l’academy potenziata dai nuovi investimenti e una serie di progetti per la città che Amanda – sempre meno Crudelia Demon – non si stanca di decantare. E il Newcastle, che nelle assemblee della Premier era un membro storico delle Other 14, ormai vota spesso con le Big 6, lasciando intendere quale sia il suo orizzonte. Jurgen Klopp è stato il primo a denunciarlo con sarcasmo: “Dopo Psg e Manchester City, anche al Newcastle è stato tolto il soffitto”. Il soft power è sempre più power, ma non è certo ai tifosi che si può chiedere vigilanza: quelli non vedono l’ora di comprare Mbappé o Haaland. C’è stata polemica e separazione fra United with Pride, il club dei tifosi Newcastle della comunità Lgbtq+, e il network inglese al quale apparteneva: la discussione è quella già sentita fra chi vuole favorire le riforme attraverso il calcio e chi vuole negarlo finché i diritti non saranno garantiti. Intanto Amanda non si perde una partita della squadra femminile, e ha annunciato che punta a battere il record inglese di affluenza per una gara fra donne. Il soft power è (anche) sempre più soft.

Fonte Repubblica.it

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