La Juve non è più la grande favorita. E alla ripresa c’è l’ordalia con il Napoli

Il trailer del campionato, due giornate disegnate per mettere in ritmo le squadre migliori, è diventato un fattore con la sconfitta della Juve di sabato. I titoli di testa del torneo cominceranno a scorrere domani sera, quando la chiusura del mercato ci dirà con precisione quali sono le forze in campo. Ma i 5 punti di distacco accumulati dalla Juve nei confronti di cinque avversarie, sommati alla rinuncia a Cristiano Ronaldo, hanno corretto subito uno dei temi forti dell’estate, ovvero il ritorno dei bianconeri al ruolo di favoriti. Non è così. Napoli-Juve alla ripresa si annuncia fin da ora come un’ordalia, perché Spalletti sarà certamente ingolosito dalla prospettiva di mandare la grande rivale a meno 8. Non sarebbe nulla di definitivo, sei anni fa la seconda Juve di Allegri rimontò un distacco di 11 punti alla decima giornata e finì per vincere lo scudetto con 9 lunghezze di margine. Ma quello era uno squadrone in sonno che dopo le sberle iniziali si risvegliò mettendo in fila una serie da 25 vittorie e un pareggio: fantascienza per una formazione che negli ultimi tre anni ha delegato ogni responsabilità al suo fuoriclasse.

Il Napoli ieri ha vinto grazie alla profondità della sua rosa, perché sono stati gli inserimenti di Petagna e anche di Ounas a distanziarlo una seconda volta da un Genoa che s’era ampiamente meritato il pareggio (che bravo il giovane Cambiaso). Si sapeva dall’inizio che questa è la stagione in cui i temi economici sono più strettamente intrecciati a quelli tecnici: l’addio a Ronaldo fa parte di questo discorso, la profonda ristrutturazione dell’Inter anche, il monte-stipendi del Napoli pure. Sostiene da mesi De Laurentiis che la mancata qualificazione alla Champions debba implicare un robusto taglio agli emolumenti complessivi della sua rosa: un discorso logico, ma che cozza contro la competitività del Napoli in un anno che si annuncia senza padroni precostituiti. Petagna e Ounas sono due uomini in bilico fra permanenza e cessione. Se il club li avesse già dati via, oggi avrebbe quattro punti anziché sei. Per una società sana come il Napoli quest’anno, e sottolineiamo quest’anno, potrebbe valere la pena tenere il bilancio in sofferenza.

Assieme al Napoli filano a punteggio pieno le quattro squadre metropolitane, e per quanto le asperità del trailer siano state relative, ciascuna di loro ha risposto alle domande di inizio stagione. L’Inter ha vinto la battaglia più difficile, quella di ravvivare le braci del tifo dopo le gelide secchiate degli addii di Conte, Hakimi e Lukaku (ed Eriksen): la limpidezza delle vittorie contro Genoa e Verona e i fuochi artificiali subito sparati dai nuovi come Calhanoglu e Correa hanno riattivato una connessione che pareva perduta. Per molti motivi, non c’è dubbio che l’uomo del mese sia stato Beppe Marotta.

Il lungo stato di grazia che nel corso della long season ha elevato il Milan dal ruolo di distante outsider a quello di seconda in classifica è stato accompagnato dalla considerazione che San Siro vuoto aiutava una squadra giovane a giocare con la necessaria leggerezza. Era un discorso sensato, e anche se ormai da un po’ non si sentiva perché la crescita era stata tale da farcelo dimenticare, Milan-Cagliari era pur sempre il primo match a porte (semi) aperte: test superato a pieni voti perché la freschezza del gioco di Pioli è fluita sicura e divertente anche attraverso nuovi protagonisti come Giroud e – va detto – Tonali. La Lazio in due partite ha segnato nove gol, con momenti di Sarriball irresistibile ai quali, dopo le adesioni immediate di Immobile e Milinkovic, si è aggiunto Luis Alberto, e il suo divertimento dentro a un gioco molto più codificato è la chiave di ogni ambizione. Due partite sono ovviamente poche, ma questo Sarri laziale sembra il più vicino a quello napoletano che rapì gli occhi di tutti. Alla ripresa c’è Milan-Lazio, una prima fetta di verità da scartare.

Da quando è arrivato alla Roma, José Mourinho ha sempre una bella faccia. La sua è l’espressione del tecnico con un enorme passato che giorno dopo giorno si sta convincendo della possibilità di un futuro. José ha trovato a Trigoria qualità da organizzare (Pellegrini e Veretout), da raffinare (Zaniolo e Mancini), da conservare (Mkhitaryan): ha indicato alla società due aggiunte di grande spessore come Rui Patricio e Abraham, ci ha messo del suo per farli arrivare e alla fine li ha ottenuti. Sa che la strada è ancora lunga, certo. Ma camminare gli è sempre piaciuto.

Fonte Repubblica.it

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