Juventus, lo studio è finito: Allegri ha capito cosa fare di Kulusevski

SAN PIETROBURGO – Kulusevski continua a giocare male (e lo ammette), ma ci sono attimi che cambiano le cose con la sola forza di un istante. E ci sono poche cose meno istantanee di un gol. Nel caso dello svedese, per giunta, il primo della vita in Champions League. “E persino di testa! Non lo dimenticherò mai nella vita”. La Juve si aspetta, e probabilmente se lo aspetta lui stesso, che la rete di fondamentale importanza segnata a San Pietroburgo possa rappresentare una svolta nella sua carriera a sprazzi e in questi mesi spesi perlopiù nella ricerca di un’identità tattica.

Alla ricerca dell’identità tattica

Chi e cosa sia Kulusevski è infatti ancora un mistero. Nei tredici mesi alla Juve ha fatto di tutto: punta, mezzapunta, ala destra o sinistra, trequartista puro, esterno di centrocampo, mezzala, un tourbillon di ruoli e compiti che ha finito per disorientarlo e che probabilmente ha trasmesso insicurezze a un ragazzo che prima di arrivare a Torino era apprezzato per la glaciale freddezza con cui gestiva emozioni e pressioni e per la lucida determinazione verso i suoi obiettivi. Aveva cominciato bene, con un delicato gol di sinistro all’esordio con la Sampdoria, poi ha iniziato a girovagare e si è ingarbugliato. Pirlo pensava di farne un esterno (nel 4-3-3, nel 4-2-3-1 o nel 4-4-2 indifferentemente) ma è probabilmente la cosa che sa fare peggio, perché nella prossimità della linea laterale si trova a disagio, spesso riceve palla con la postura del corpo sbagliata, una specie di posizione di trequarti, che rende complicato sia il dribbling largo sia il taglio verso l’interno. Così, le indiscusse qualità tecniche sono state mortificate dall’incerta identità tattica e il ragazzo ha cominciato a sbagliare le cose che sa fare meglio, e che un giocatore dovrebbe in ogni caso sapere fare bene in qualunque zona del campo si trovi.

Dejan Kulusevski dopo il gol allo Zenit (reuters)

Allegri è il battesimo da “vice Dybala”

È stata come una spirale: Kulusevski si è sfiduciato e gli allenatori hanno perso fiducia in lui. Non se ne esce. Allegri ci sta lavorando sopra. Ha voluto valutare con calma il ragazzo e infine lo ha etichettato come “vice Dybala”, vale a dire una punta arretrata cui concedere libertà di movimento, capace di attaccare la porta partendo da lontano. Un altro tipo di numero 10 rispetto all’argentino, ma comunque un numero 10: non l’ideale, per trovare spazio in questa squadra, anche se le sue virtù da contropiedista potrebbero fare la sua fortuna.

Kulusevski e Allegri in allenamento (ansa)

Quando si scatenava in contropiede

È imperversando negli spazi, infatti, che Kulusevski ha dato il meglio di sé: era la stagione giocata a Parma in prestito dall’Atalanta, conclusa con dieci gol all’attivo. Anche D’Aversa all’inizio aveva provato a impostarlo come esterno, poi capì e diede allo svedese totale libertà di movimento. Il suo compito era scavallare da una parte all’altra del campo e basta, ma un conto era avere queste funzioni in una squadra strutturata per la difesa e il contropiede come era quel Parma e un conto è farlo nella Juve, che anche se volesse molte partite in contropiede non potrebbe giocarle e che con Pirlo, comunque, aveva tutt’altre velleità. In definitiva, ciò che ha limitato Kulusevski è stata la mancanza di spazi larghi: in quegli stretti, gli  è mancato il respiro. E ha finito per perdere anche spazio in squadra.

Dall’Atalanta per 44 milioni: chi ha fatto l’affare?

Dopotutto, quando l’Atalanta lo ha venduto alla Juventus per 44 milioni, Gasperini aveva bollato impietosamente la sua cessione: “Tanto da noi non avrebbe trovato spazio”. Ci sono poi state discussioni tra Gasp e i Percassi, i quali a  un certo punto si sono convinti che quella vendita non era stata un buon affare, ma non è ancora passato abbastanza tempo per stabilire se la cifra sia stata congrua o meno, se l’affare l’abbia fatto chi ha comprato o chi ha venduto. O entrambi, perché no.

Il cambio di procuratore su consiglio di Bonucci

È chiaro che Kulusevski paga anche una crisi di crescita, come è normale che sia. Dopo tutto ha soltanto 21 anni: non si può fargliene una colpa per la precocità con cui è esploso. Di certo il passaggio dalla provincia (prima Bergamo, poi Parma) a una big non è stato facile. E lui stesso deve aver perduto qualche riferimento. Per esempio, ha divorziato dal procuratore cui deve moltissimo, Stefano Sem, che lo portò in Italia dall’accademia svedese del Brommapojkarna e che in definitiva ne ha accompagnato la crescita fino al trasferimento alla Juventus. Nei mesi scorsi, Kulusevski lo ha mollato per entrare nella scuderia di Alessandro Lucci, di cui fanno parte anche Perin, Cuadrado e soprattutto Bonucci, che ha tanto insistito fino a convincere il compagno. “Dejan mi ha confessato che è stato Bonucci a combinargli l’appuntamento con Lucci” ha detto Sem, confermando di fatto una prassi piuttosto (e purtroppo) in voga nei grandi club, dove i giocatori più esperti, e tutelati da procuratori potenti, fanno spesso pressione sui giovani assistiti da manager meno importanti. In pochi sanno resistere.

La calma di Max: “Deve solo stare sereno”

Può essere che anche questa faccenda abbia rallentato l’affermazione di Kulusevski, che per altro proprio un mesetto fa, dal ritiro della nazionale, ha confermato che gli sballottamenti tattici non lo hanno agevolato: “Ho cambiato tante volte ruolo e non sono abituato. Ho giocato in una posizione nuova in ogni partita. Al Parma toccavo più palla, ora devo adattarmi di più agli altri. Ci vorrà del tempo, ma è utile capirlo alla mia età. È stato istruttivo. La mia posizione preferita è da trequartista dietro agli attaccanti. Arrivare alla Juventus a vent’anni non è la cosa più semplice al mondo”. Allegri però non ha fretta. “Calma”, del resto, è una delle parole che ripete più frequentemente e che sembra tagliata su misura per Kulusveski. “A livello internazionale non ha giocato tante gare di Champions”, diceva l’allenatore negli spogliatoi della Gazprom Arena. “Dejan deve capire i momenti e quando la squadra deve comportarsi in un certo modo. Deve essere sereno nel giocare e fare le scelte migliori quando è in campo, perché certe giocate nelle sue corde”. Serve pazienza, anche se certe volte basta un attimo.

Fonte Repubblica.it

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