Juventus, la sfida di Kaio Jorge: sfatare il tabù brasiliano dei bianconeri

Trentasei sfumature di verdeoro, dalla “a” di Alex Sandro alla “w” di Wesley De Oliveira Andrade, meglio conosciuto come Gasolina. Non sarà semplice il compito per Kaio Jorge, il brasiliano numero 36 della storia della Juventus, e non solo perché in campo si ritroverà davanti calibri come Ronaldo e Morata: nella storia del club bianconero l’amore con il Brasile non è mai stato una costante. Il rapporto tra il popolo che ha reinventato il calcio, sgrezzando lo sport creato dagli inglesi con la fantasia e la tecnica, le finte e i dribbling, e la società bianconera è stato ricco di alti e bassi. Molto più “francese” la Juventus, addirittura “argentina” ma di certo non verdeoro: per capirlo basta scorrere velocemente la lista dei predecessori di Kaio Jorge.

Gli albori

La complicata storia d’amore tra il Brasile e la Juventus iniziò nel 1930 con Pedro Sernagiotto, e forse la “maledizione” nacque proprio in occasione della firma del contratto. Un “Figo” d’altri tempi, visto che oltre a firmare per la Juve appose il proprio autografo anche sul contratto che lo avrebbe legato al Genoa. Squalificato, venne reintegrato l’anno successivo: il “Ministrinho” trascinò il club a tre scudetti consecutivi con 16 gol in 60 partite. Seguirono altri brasiliani, alcuni impalpabili come Colella e Fernando, altri sfortunati come Armando Miranda, 15 gol in 20 presenze ma continui infortuni che gli tarparono le ali.

Gli antenati di Kaio

Quando si nomina Nené, la mente vola immediatamente al Cagliari e allo scudetto che cambiò la storia del club sardo. Eppure l’ala brasiliana, proveniente come Kaio Jorge dal Santos, mosse i suoi primi passi nella Juve, realizzando 12 reti in 35 presenze nella stagione 63-64, prima di volare in Sardegna per i successivi dieci anni. Ebbe maggior fortuna Sidney Colônia Cunha, per tutti Chinesinho per gli occhi dai tratti orientali che probabilmente ingannarono la sorte: fu uno dei centrocampisti migliori della Serie A, che vinse una volta con la maglia bianconera. Come Chinesinho, che iniziò la sua esperienza italiana in un altro club, anche il mitico José Altafini, icona del calcio italiano e mondiale, fece la propria fortuna calcistica con le maglie di Milan e Napoli, prima di diventare un idolo in maglia bianconera nonostante i 36 anni. Capace di accendersi in un attimo entrando dalla panchina, firmò 36 gol vincendo due scudetti, prima di appendere le scarpe al chiodo e di trasferirsi definitivamente a Torino, dove vive attualmente.

L’anti-Brasile

Terra di fantasia e di calcio offensivo, di eleganza e di estetica applicata al gioco, il Brasile è riuscito a sfondare in bianconero con difensori e centrocampisti di contenimento. Uno dei primi è stato Julio Cesar, arrivato alla Juve nel periodo di Maifredi e che con Trapattoni alzò al cielo una Coppa Uefa nel 1993. Sorvolando sull’esterno Athirson, una meteora per giunta poco luminosa e troppo fumosa, arrivò nel 2004 il verdeoro Emerson, il “puma” fortemente voluto da Capello. Un muro invalicabile, una diga di centrocampo che contribuì alla conquista di due scudetti in due anni, poi cancellati dalla sentenza Calciopoli.

Di nuovo in attacco

Difficile scordarsi il nome di Amauri, bombe implacabile con il Palermo e con la maglia della Juventus, almeno nel primo anno: 11 gol nelle prime 17 partite, una forza della natura che si spense improvvisamente finendo ai margini del gruppo e lasciando la Vecchia Signora senza troppi rimpianti. Così come Diego, nome troppo argentino per un brasiliano: due gol all’esordio contro la Roma prima di un declino che lo portò alla cessione al Wolfsburg a fine anno tra la gioia dei tifosi, disperati per il rendimento del brasiliano. Capita l’antifona, la Juve riprese a costruire la sua forza difensiva sui brasiliani: non andò benissimo con Felipe Melo, ancora adesso considerato uno dei “nemici”, sportivamente parlando, della Juventus. Un po’ per il suo rendimento, a tratti disastroso nei due anni, un po’ per il passaggio all’Inter e per le parole non proprio d’amore verso il suo vecchio club. Ricordate invece Lucio? Con l’Inter vinse il Triplete guidando la difesa, prima di un breve cameo di sei mesi in bianconero. Scontato il suo rendimento.

Il presente

Dopo Romulo ed Hernanes, troppo impalpabili in bianconero per essere presi in considerazione nel bilancio, i giovani Wesley Gasolina e Matheus Pereira e addirittura due portieri, Rubinho e Neto, si passa ai giorni nostri, alla solidità di Alex Sandro, 232 presenze e 13 gol per quello che è probabilmente il miglior brasiliano passato a Torino almeno per rendimento, e all’ex Manchester City Danilo, arrivato come oggetto misterioso prima di ritagliarsi spazio grazie alla sua duttilità e alla concretezza. Un concetto, quello della concretezza, che altri due verdeoro, Douglas Costa e Dani Alves, non hanno mai fatto loro: per “Flash” gli infortuni sono stati il vero punto debole, l’unico modo per fermare il funambolico esterno, mentre con Dani Alves l’idillio si concluse a Cardiff, nella finale di Champions persa con il Real Madrid che rappresentò anche l’ultima sua partita in bianconero. Fino ad arrivare ad Arthur, giovane regista arrivato dal Barcellona: un anno sfortunato ricco di infortuni che lo stanno attanagliando ancora oggi. Saranno proprio Danilo, Alex Sandro e Arthur i brasiliani che accoglieranno Kaio Jorge al primo allenamento: non sarà facile riscrivere la storia, anche se dal Brasile assicurano che se qualcuno è in grado di farlo, è proprio l’attaccante cresciuto nel Santos e arrivato a Torino per smentire i predecessori.

Fonte Repubblica.it

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